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venerdì, novembre 06, 2009 SENZA FIORI Piove ancora. Non smette di piangere questo cielo grigio e denso, sospeso sopra la terra dove cola con gocce oleose. Nell’asfalto sporco delle strade, nelle tegole incatramate dei tetti, nei muri imbevuti e nelle zolle nude dei campi. In pozzanghere putride. Il buio ha imparato a giungere in anticipo, quando è ancora pomeriggio, per mangiarsi le ultime ore del giorno. Il sole ansima quasi invisibile dietro le coltri che lo soffocano. I suoi raggi si spengono prima di giungere a destinazione e una luce innaturale filtra timida e indecisa. I profili incerti delle case, degli alberi e dei tralicci elettrici sembrano fantasmi che galleggiano nella foschia. Come migliaia di croci. Come un immenso cimitero dimenticato dal tempo e dalla ragione. Senza fiori. L’aria pungente scivola da nord impietosa, dove ha accarezzato stupita la prima neve, e rimane avvinghiata nella nebbia. Senza sapere più dove andare. Ogni cosa appare senza contorni, sfocata, rallentata come se il gelo fosse scivolato in ogni sua fibra, come se l’abbraccio di quella stessa nebbia non volesse lasciarla andare. Si fanno lenti i passi lungo il marciapiede, incespicato il procedere delle auto, rallentate perfino le foglie morte nel loro dondolare verso il suolo. La stagione pare avere inghiottito i colori, la luce e i suoni in un solo boccone. Tutto si veste di scialbe tonalità che non sanno azzardare più del nero, grigio o marrone. Le luci sembrano più lontane, meno decise, spente. Tutto tace, soffocato dalla melma viscida che arriva fino alla gola, strozzandolo in un gemito lontano. Tutto tace. Le coperte si muovono impercettibilmente seguendo il ritmo del mio respiro stanco. I passi monotoni dell’orologio sono l’unico suono percepibile che rimbalza nella stanza buia. Nessun motivo per cui valga la pena muoversi. Ancora meno per cui valga la pena anche solo pensare di alzarsi. E’ già troppo lo sforzo esalato per continuare a respirare. Il più piano possibile, ma comunque continuare. Succube di un inconscio e stupido istinto di sopravvivenza. Chissà che ore sono. Che giorno è. L’unica certezza è che piove ancora. La mente rinuncia a formulare pensieri, a generare intenti, ad elencare ricordi. Si limita ad ascoltare silenziosa i passi monotoni dell’orologio che si mescolano al picchiettare della pioggia nel balcone. Le palpebre rimangono chiuse per risparmiarsi la fatica che regalerebbe nient’altro che lo stesso buio. Sono ancora vivo ma alla fine sarebbe la stessa cosa. La morte non deve essere molto diversa. O forse è proprio questa. postato da brainstorm |
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mercoledì, ottobre 07, 2009
SOGNO DI PIETRA Il rumore dei passi rimbalza nei muri delle case e si allontana, precedendomi, lungo il vicolo buio. Vecchie insegne luminose gettano un’incerta luce giallognola sul selciato. Per il resto si sentono solo il lieve scorrere delle acque del Moldava che taglia in due la città riflettendone le luci e il verso inatteso di qualche gabbiano. Praga. La città delle cento torri. La città d’oro. Sorge sulle rive del fiume come un sogno di pietra. Pietre scure, che hanno inghiottito il tempo, assorbito le voci e guardato, come immobili spettatori, gli eventi che nelle sue strade hanno scritto la storia. Pare di sentirne ancora l’eco dei rumori, delle grida, delle musiche. Una sottile nebbiolina galleggia sopra la cresta del fiume, risale lenta lungo i pilastri di sasso di ponte Carlo e si intrufola lungo le strette vie di Mala Strana, Stare Mesto e Nove mesto. Grigie statue di santi vegliano sull’incessante scorrere e guglie gotiche ammiccano dalle torri e dai campanili mescolandosi a portali romanici a schizzi di barocco e rococò. Improvvisi spruzzi di colore sulle vetrate delle chiese ne interrompono il grigio. L’antico castello, dall’alto, osserva paziente il rincorrersi dei secoli. Tutto dipinge un affresco cupo e misterioso, dal sapore magico ed irresistibile. Puntuali mi giungono i rintocchi della torre dell’orologio e m’immagino le teste dei dodici apostoli che si susseguono nell’affacciarsi alle piccole finestrelle che danno sulla piazza. Sotto i miei piedi scorre un’intricata rete di sotterranei, gallerie, cantine, tombe e cripte che celano una città nelle viscere della città, dove da secoli l’uomo ha cercato materie prime, rifugio, scorciatoie o eterno riposo. Poco lontano, nell’antico quartiere ebraico, dodicimila lapidi gotiche giacciono curve e accatastate nello stretto giardino a memoria dei corpi ancora più numerosi che l’olocausto ha regalato alla terra. E ai vermi. E a nulla servono i nomi delle vittime scritte sui muri dell’antica sinagoga o i disegni dei bambini rinchiusi nel campo di concentramento di Terezin se non a impedirci di dimenticare. Di non smettere mai. E non cessa neanche il rumore dei passi che scandisce il ritmo dei pensieri. Passi poggiati dove li poggiarono Kafka, Neruda, Keplero e Kisch con i loro pensieri che rimangono ancora incastrati tra le crepe della pietra. In un'atmosfera dal fascino muto. Antichi spettri boemi passeggiano al mio fianco e mi raccontano la città. Mi abbracciano. Mi prendono per mano e mi accompagnano nel loro giro. Tra muri, angoli bui e lanterne Un giro attraverso le vecchie osterie fumose di Praga. Fino all’u fleku in kremencova 11 a Nove Mesto dove il legno imbevuto di fumo e una fisarmonica scaldano l’ambiente. Mi lascio alle spalle il buio umido e un brivido mi percorre le membra. Un boccale di birra scura rinfranca l’anima e il fisico mentre un canto tradizionale ceco s’intona nel tavolo vicino al mio. Un altro boccale sta arrivando, il freddo è passato, e gli spettri sono già fuori, lungo le strade di sasso, a raccontare ad altri la storia del loro sogno di pietra. postato da brainstorm |
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sabato, agosto 29, 2009 PELLE
“…Piume già smesse. Sparpagliate nel pavimento come neve arresa. Vestiti usati gettati in un angolo della stanza. Non resta che la pelle, uniforme e liscia, a trattenerti nell’oscurità timida trafitta dai lampi che entrano dalla finestra e ne disegnano il profilo. Sensi sguinzagliati in distese di desiderio, per lasciarsi cadere in un vortice incosciente. Per concedersi di precipitare godendo del volo. Non servono occhi. Solo mani, labbra e lingua. Per percorrere la ruvidità delle mille eruzioni di pelle d’oca sospese nel silenzio della notte. Per assaggiarne l’aroma inebriante all’olfatto. Per berne l’essenza. Mentre una tempesta di emozioni mi cavalca disarcionando la ragione per appropriarsi di ogni singolo istinto. Le spalle sul pavimento, un brivido freddo lungo la schiena. Emozioni, come folate di pioggia, mi colpiscono il petto e la testa. Buio. Mani improvvise ti sfiorano inattese. Le senti. Le attendi. Le desideri. Preghi si soffermino più a lungo o, almeno, non tardino a ritornare. Sospiri leggeri galleggiano, respiri, carezze. Tremi adesso, schiacciata sulle mattonelle fredde, immobile. In un’agonia di piacere. Ancora labbra. Calde e umide labbra danzano sul tuo corpo. Dal collo al ventre, nelle orecchie, tra le cosce, per poi soffermarsi a giocare con la turgidità dei tuoi capezzoli. Bollenti umori ti ricoprono in contrasto col gelo sotto la schiena. Sudore. Gocce di pioggia sbattono contro il vetro. Mani ora più decise, più affamate ti avvinghiano. Ti stringono. Ti serrano. La lingua scivola sul tuo corpo teso allo spasimo, cerca la tua bocca. La trova. Un istante prima di scivolare giù dove più l’attendi. Ansante. Fremente. La senti affondare nel lago del tuo desiderio. La senti farsi strada. La senti dentro di te. Le tue dita affondano tra i miei capelli, sento irrigidirsi ogni tuo singolo muscolo, tendi il collo e coli piacere mentre spruzzi di ogni colore appaiono nel nero dei tuoi occhi serrati. Poi solo il rallentare dei nostri respiri si confonde col rumore sottile della pioggia che insiste.” La notte, druido primordiale in possesso di misteriose pozioni, traghettatrice di illusioni e indifferente testimone di sogni svelati. Vedere una stella cadente trafiggere il buio della notte, quelle schegge di luce impazzite che si lasciano dietro una coda di frammenti, brevi, quasi impercettibili. Dicono che la fortuità di scorgerle meriti la realizzazione di un desiderio. Come ricompensa del cielo per aver prestato attenzione al suo sforzo di vita, ammirandolo… Quel desiderio sei tu. postato da brainstorm |
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lunedì, agosto 03, 2009 LOPAR Sarà la consapevolezza di essere su un fazzoletto di terra circondata dal mare. Sarà il silenzio incastonato nelle insenature della roccia. Sarà il vento che non cessa di spazzare il cielo mostrandone il blu più vero. Ma mai, come in questo luogo, ho potuto sfamare i sensi godendo di ciò che mi circonda, saziandoli. Di colori puri, di profumi intensi, di suoni e silenzi, di sapori genuini e di forme lisce e levigate. Mai ho apprezzato così tanto il silenzio. Mai ho potuto rovistare tra le mie rovine per cercare qualcosa per cui valga la pena pensare a domani. Ho raccolto dei sassi, trovati in riva al mare, che sono diventati perle scolpite dall’acqua. Delle conchiglie acquerellate dalle forme sinuose, che non smetteranno, una volta tornato a casa, di ricordarmi questi posti. Come la foto scattata nel primo pomeriggio alla vecchietta interamente vestita di nero, compreso lo scialle sulla testa, che vendeva la verdura del suo orto davanti a casa, non cesserà di farmi risentire il sapore dei suoi pomodori. Lungo i sentieri di terra battuta, immersi in un bosco di pini marittimi, che conducono al mare si fa assordante il frinire delle cicale. Poi tutte insieme zittiscono in prossimità della spiaggia, come se volessero anche loro sentire solo il fruscio delle onde e l’incessante carezza che regalano alla rena. Gli scogli e le rocce sono di un colore chiaro, senza spigoli o irregolarità ma perfettamente levigate, con delle cavità rotonde, più o meno piccole, che li trapassano da parte a parte. Vere e proprie sculture naturali forgiate dal vento e dal mare. In altre zone lasciano il posto alla sabbia. Una sabbia fine e scura. Un mare cristallino che mostra i suoi fondali anche dove si fa più profondo, come per vantarsi della sua bellezza. Sa vestirsi di un azzurro intenso, di blu o di verde bottiglia a seconda delle occasioni. E lascia che i suoi pesci si mostrino mentre giocano appena sotto il pelo dell’acqua, senza paura. Alla mattina, nel porticciolo del paese, i pescatori scaricano le reti dalle loro piccole barche colorate. Chini sul legno del molo, nelle loro maglie a righe, puliscono il pesce con agili colpi di coltello. E, dopo averli visti all’opera, quel pesce è ancora più buono. Come è ancora più buona la birra fresca servita nel terrazzo sul mare la sera, con la brezza che spegne il calore del giorno e la luna che disegna la linea dell'orizzonte oltre la pineta. La strada che mi porta a casa si fa irta e solitaria mentre mi allontano dal mare. Non incontro nessuno. Mi accompagnano solo il rumore dei miei passi, i grilli, le cicale e un incredibile tetto di stelle. postato da brainstorm |
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lunedì, giugno 22, 2009 SENZA LACRIME Foglie secche si rincorrono rapide in vorticosi girotondi, nel tentativo di fuggire alle raffiche del vento di maestrale e alla minaccia delle scure nubi ad oriente. L’afa opprimente si smorza nell’appassire del sole e folate di polvere s’innalzano dalla terra arsa e feriscono gli occhi. Un airone, sorpreso e stupito, rinuncia al suo volo e cerca un rifugio al riparo degli alberi. Non ha più pioggia da piangere questo cielo triste e cupo. Non ha più lacrime. Ma si sente nell’aria tutta la sua disperazione. Nella furia di un lampo all’orizzonte, in un balcone che sbatte, in una pagina di giornale portata lontano. Sembra sia quanto mai necessario soffrire per poter giungere alla verità delle cose. Che solo nel buio profondo del male si celi l’essenza del bene. Che l’amaro più rancido sappia esaltare la dolcezza del miele. Anche se dicono che la memoria sa dimenticare ciò che non vede e non sente, e non ha visto o sentito mai. Fino a convincersi che non è sangue quello in cui annega l’anima. Ma chi mi toglierà di dosso, cosa raschierà via dal cuore, gli echi assillanti dei sogni infranti, il lento scorrere delle lacrime che scandisce le ore nelle notti insonni, i volti delle occasioni che non ho visto passare? …o che non ho voluto vedere. Chi allevierà il peso che brucia lo stomaco, il vuoto trascorrere del tempo, il sonno libero da incubi che non so più trovare. Quanti giorni ancora sono condannato a morire, prima di poter respirare l’aroma sottile della quiete. Prima di ritrovare la smaniosa follia di scoprire luoghi lontani, di ascoltare parole nella notte, di sentire respiri affannosi. Prima di riassaporare la morbidezza delle sue labbra, la fragranza della sua pelle, il brivido di un’emozione nascosto in un cielo stellato. Eppure sono sicuro. Ci sarà un posto, magari al di là del mare o oltre la logica del domani, dove il dolore non fa così male. Dove gli occhi non bruciano di sale. Dove il vento si placa e l’erba torna immobile nei prati. Un posto dove le illusioni divengono infrangibili, dove il prossimo giorno alla porta ci rassicura. Dove nessuna paura m’ingoia. So che riuscirò ad essere ancora un bambino spensierato che corre felice in un prato, un uccello che sorvola i profili delle montagne al tramonto, una barca che galleggia al largo circondata solo di azzurro. Un azzurro senza nubi, senza vento, senza sangue. Voglio esserne sicuro. Voglio saperlo, se non altro per non essere già morto. postato da brainstorm |
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giovedì, maggio 14, 2009 IL MONDO CHE VORREI Primo maggio duemilanove. Un giorno speciale. Uno di quei giorni in cui niente è come ieri. E comunque diverso da domani. Forse per la consapevolezza del palco già in piedi, di fronte alla chiesa, in piazza S.Giovanni. Delle transenne allineate a delimitare lo spazio. Delle bandiere alzate e sospinte dalla brezza primaverile. O per l’attesa di centinaia di migliaia di cuori che si raduneranno per battere all’unisono. Anche il sole che si scioglie nell’aria e cola nella strada sembra più caldo. Lo sferragliare del treno che arranca nelle rotaie verso sud più piacevole. I paesaggi che si rincorrono fuori dal finestrino un po’ più nitidi. Nulla è come ieri. E non sarà più così domani. Fermata dopo fermata, il convoglio si riempie lentamente del popolo di Vasco. Li riconosci dallo zainetto. Da una bandana arrotolata al polso. Dalla maglietta. Da un sorriso d’intesa e dall’argomento delle conversazioni. Un panino e una birra, un salto in bagno, e solo un’ora a Roma. Oltre il vetro i muri grigi della stazione prendono vita in variopinti murales di anonimi artisti urbani. Giù dal treno mi mescolo al resto d’Italia che scende da altri treni. Il popolo prende corpo in file ordinate che strisciano giù dalle scale del metrò. Si fa sempre più consistente quando sbuchiamo dal sottosuolo in prossimità dell’evento. Una massa uniforme che galleggia nel largo viale alberato, tra bancarelle, bar e striscioni alzati al cielo. Qualcuno sta già cantando nel palco ma pochi sanno chi sia, e a nessuno importa delle immagini replicate dai maxischermi. Avanzare diviene sempre più improbabile. Il sole è ancora alto nel cielo e la temperatura si fa sempre più bollente. Sarà perché siamo stretti, sarà per l’emozione. Manca ancora tanto. Ma è nell’attesa che il popolo si distingue dalla gente qualunque. E’ allora che batte quell’unico cuore. Nel quindicenne che chiacchiera col cinquantenne. Nella condivisione di tutto indistintamente, un pezzo di panino, un sorso di birra fresca, una caramella o un tiro di sigaretta. Nel raccontarsi la vita tra sconosciuti. Nel canto isolato che diventa un unico coro. Nel tempo che scivola via e la tensione che aumenta. Nello slogan gridato al cielo in un abbraccio spontaneo. Per questo è uno di quei giorni in cui niente è come ieri. E comunque diverso da domani. Pazienza se sono stanco, se non so dove pisciare, se fa caldo. Pazienza se ci vorranno ore per uscire da questa piazza, se dovrò aspettare il treno delle 6.50, se dormirò per terra. Ora sono qui. Ci sono. Ed è una bella sensazione, nella brezza della sera, sentire che è questo il mondo che vorrei…
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sabato, aprile 18, 2009 UN ALTRO GIORNO Lame di luce impietose filtrano dai balconi, taglienti come spade, per gli occhi impastati di sonno e di pianto. Il pulviscolo danza in quello spicchio di palco, galleggia leggero e lento nell’aria viziata, prima di ritornare a posarsi sulla coperta che lo attende. Il ronzio lontano di un tagliaerba mi ricorda che sono in ritardo col giorno. Un altro giorno incerto se affacciarsi alla finestra ad aspettare la sera. La vescica m’impone di alzarmi, traballante, e trascinarmi in bagno. L’odore acre ed intenso mi ricorda che la sera prima ho mangiato asparagi. Tento di ricordare l’impronunciabile nome della sostanza responsabile del fenomeno, ma desisto quasi subito. Che cazzo me ne frega. Tiro lo sciacquone e mi guardo allo specchio. Ho una faccia da schifo. Dovrei tagliarmi anche la barba. L’attrazione del letto ancora tiepido è forte, ma la vinco e scendo per farmi un caffè. I piatti di tre giorni, impilati nel lavandino, mi guardano mentre risciacquo la moca. Le bottiglie di birra invece, riposano ancora, distese sul fianco sopra il tavolo. Non le disturbo e mi accendo una sigaretta. Un altro giorno senza ambizioni mi aspetta fuori. Quasi spaventoso nella sua prevedibilità. Come un film già visto troppe volte, col suo finale scontato. Un altro giorno. Fatto di bar e giornale. Delle stesse strade e del solito vino. Di divano e TV. Della luce che impiega maledettamente troppo tempo a farsi buio. Per poi tornare in un attimo. Di te che manchi un giorno in più. Ancora. Fino a far sbiadire il sole in un cielo che non è più cielo. Fino ad appassire il germoglio della speranza. Fino a far colare tutto il colore delle cose, lasciandole indifese e spoglie nel loro bianco e nero, ad affrontare la vita. Il gorgoglio del caffè arriva, sottobraccio al suo invitante aroma, per riportarmi via dai miei pensieri. Di nuovo qui, a piedi scalzi, in questa cucina lercia e comunque vuota di te. Un filo di ragnatela traccia una diagonale perfetta tra monitor e tastiera del mio notebook, e mi rendo conto che non scrivo da una vita. Ci sono troppe cose che non faccio da una vita. Troppe cose che non so neanche più se ho ancora voglia di fare. Forse scopare. E’ buffo che l’unica cosa di cui avrei ancora voglia non dipenda unicamente da me. La vita sa proprio essere bastarda certe volte. Toglie e rende seguendo regole sbilenche e senza senso. Come un angelo che sbaglia anima, o un diavolo che se ne ritrova una di troppo. Come un giro di carte. Come la pallina nella roulette. Come uno stitico con la diarrea. Appoggio la tazzina in equilibrio sopra la pila disordinata. Accendo un’altra sigaretta, già con l’intenzione di cedere, una volta spenta, alla tentazione del letto ancora tiepido. Sperando venga buio un po’ più presto. postato da brainstorm |
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mercoledì, marzo 18, 2009 CARNE Queste nuvole che si rincorrono rapide su pennellate d’azzurro, distrattamente sparse nel cielo, sanno di primavera. L’aria intiepidita da un sole sempre più coraggioso, s’imbeve della fragranza dei primi germogli e odora di primavera. La neve abbondante che si arrende al tepore del giorno, si squaglia in lacrime che serpeggiano verso la pianura, verso la primavera. E’ primavera nel becco secco del merlo che strappa teneri bocconi dalla prima erba. Primavera. Quella che non riesce ad attecchire dentro di me. Non sa sbocciare. Come se il suo seme scivolasse su pareti oleose ed aride, perdendosi irrimediabilmente nelle trame del suo destino di carestia. Come se il suo bocciolo fosse imbavagliato dai fili di ragnatela tessuti dal ragno dell’inverno. Forse perché dentro il gelo non accenna ad allentare la sua morsa. Dentro il cielo è ancora zuppo del suo grigio monotonale che inghiotte il paesaggio, rendendone indistinti e incerti i profili. O perché non smette di nevicarmi nel cuore. Con la spessa e fredda coltre bianca che si accumula sulle pareti, ostacola la sistole e intorpidisce la diastole. I passi si fanno lenti e faticosi, la suola stenta a staccarsi dalla melma. Le gambe si fanno sempre più dolenti. Le palpebre assecondano la notte che non sa più farsi giorno. La stanchezza si dilata, strisciando dentro le vene. Le false illusioni generate dal vino evaporano senza lasciare traccia di un’euforia bugiarda. Attraverso le fessure della tapparella riesco a vedere fuori, il giorno abbagliante di luce e colori che mi ferisce gli occhi. Un bambino chiassoso rincorre il pallone, biciclette aliene riguadagnano l’asfalto che le aveva ormai dimenticate. Bianche lenzuola, sospinte da una gentile brezza, tendono il filo sotto il sole. Una farfalla galleggia nell’aria e scherza coi rami gravidi degli alberi. Un’ape si sofferma sul fucsia dell’erica. Fuori. Dentro non arriva il sole. Non filtra la luce. Dentro piove ancora nella strada sterrata, la pagina di un vecchio giornale ammicca dal fango di una pozzanghera. La carcassa arrugginita di quella che era una macchina, cigola appoggiata su un fianco dentro al fosso. Un sedile pieno di cocci di vetro. Poco più avanti, in un cumulo d’immondizia, un cane rognoso morde lembi di carne marcia da un osso ormai nero. Mi guarda, fermandosi un istante, col boccone che penzola dalla bocca. Ringhia. Tende nervi e muscoli rinsecchiti nella mia direzione. Mi fissa con odio che trabocca dalle grandi pupille nere. E io, per un attimo, penso che non sarebbe poi male essere parte di quella carne. Se non sorge il sole. postato da brainstorm |
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giovedì, febbraio 12, 2009 UN AQUILONE NELLA SABBIA
Non so abituarmi a sopportare la vita piatta che scivola via indifferente tra le pieghe dei giorni. Manciate di tempo accatastate alle spalle senza neanche il barlume dell’illusione di considerarsi vissute. Come parte di un bottino smarrita durante la fuga, così da non sapere quanto hai rubato. Come orme coperte dall’ostinarsi inclemente della neve. Un volto che inesorabilmente sfuma nella memoria. Il ricordo di una carezza che non torna a sfiorarmi la schiena. Come fa invece il vento gelido di questi giorni, che non si stanca di spazzare le strade polverose, la terra resa dura dall’inverno e gli scheletri neri degli alberi tesi vero un cielo nuovamente azzurro. Dopo tanto grigio. Dopo troppo buio. Mi manca innamorarmi. Non tanto amare, di quello sono forse anche stanco, fin da quando credo di sapere che amare non ci è concesso. Che l’amore non è che un’utopia irrealizzabile a cui ci prostriamo, dando troppa corda alle mille sfumature delle illusioni. Concedendo troppo cuore alle ingannevoli bramosie dei sogni. Per cadere immancabilmente, presto o tardi che sia, nel baratro della cruda realtà, condannati a vagare a piedi nudi tra i cocci taglienti del nostro irrealizzabile domani. No, quello che vorrei è innamorarmi. Ripiombare, come per incanto, in quel fantastico ed irripetibile spicchio di tempo in cui si sente il pulsare caldo e rapido del sangue nelle tempie, la spada affilata dell’istinto che si conficca senza pietà tra le carni sanguinanti della ragione, il vibrare ostinato delle emozioni possederci senza possibilità d’esorcismo alcuno. Dove si commettono nella più profonda convinzione le più stupide idiozie. Dove non esiste nient’altro. Dove il sole è più caldo e la pioggia non è poi così male. Quando ha un senso cogliere un fiore. Svegliarsi nel mezzo della notte. Tornare a casa. Piangere e ridere nello stesso istante. Camminare sotto un temporale o guidare per ore nella notte. Quando non sai perché ma non te ne frega niente. Solo questo. Niente di più che innamorarmi. Lasciando la porta accostata e un lume acceso alle occasioni che passano dalle mie parti. Perché alla fine non siamo altro che questo. Alla fine non siamo che delicati e fragili aquiloni che possono volare solo se sostenuti dal vento delle emozioni, senza troppo filo per scorgere qualcosa più in alto. E consapevoli che se quel vento dovesse cessare, non potranno fare altro che precipitare, schiantandosi nella sabbia.
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sabato, gennaio 17, 2009 DUEMILANOVE Lontano, oltre i rami degli alberi curvati dalla neve, dall’altra parte della strada deserta e dei profili assonnati delle case, si smorza l’eco degli ultimi botti isolati. Festeggiamenti lontani che si diluiscono nel silenzio della notte, inghiottiti dall’insistenza del buio. I fiocchi dondolano nel buio a cavallo tra due anni, leggeri si adagiano sulla terra per addobbarla al giorno di festa. Bianca. Come l’abito della sposa simbolo eterno di purezza e verginità. Come una pagina di storia ancora da scrivere. Come la luce o l’infinito. Assorbe e filtra tutti i rumori regalandomi un silenzio raro e prezioso. Un silenzio da ascoltare. Un silenzio che racconta. I giorni andati con i loro sogni e i loro intenti. Le speranze, le illusioni, i progetti. Parole attese, luoghi da scoprire, strade da percorrere. Un telefono che non squilla, la cassetta della posta vuota, un messaggio mai ricevuto. Sguardi, lacrime, sorrisi e cicatrici. Sole, pioggia, nebbia e vento. Macerie fumanti delle mura di un castello che mi crollano addosso. Con un dolore acuto e sordo, silenzioso, senza sangue. Bianco. Come la genesi muta, confusa nelle prime luci dell’alba, di questo nuovo anno. Eppure il solito sole si alza lento a levante. Altro fumo inizia a fuggire dagli stessi camini anneriti. Le familiari ombre si disegnano nell’asfalto e nei muri. Puntuale un anziano zoppica lento lungo il marciapiede, sotto lo stesso cappello. E il cane segue i suoi passi incerti, abbaiando insistentemente lungo la staccionata, come sempre. Anche la prima boccata della prima sigaretta ha il solito sapore. Niente di nuovo. Nulla inizia e tutto continua. Scivola via nel piano inclinato del tempo che non si ferma. Guardo avanti, oltre l’orizzonte, senza nessuna voglia di ricominciare a sognare. Senza programmi che valga la pena di partorire. Senza illusioni da sbrigliare nell’immenso prato del futuro. Semplicemente curioso d’intravedere gli eventi che si apprestano ad investirmi. Di cogliere un accenno di quello che mi attende. Di scorgere le prime righe della prossima pagina scritta dal destino per la trama della mia vita. Nudo, disteso nella terra, con lo sguardo fisso al cielo. Ci sarà sole, pioggia, grandine o neve. Ci sarà vento o nebbia. Caldo soffocante o gelo penetrante. E saprò coprirmi o scoprirmi a seconda di quello che il cielo mi regalerà. E a seconda di quello che avrò a disposizione. In fondo il tempo non è che un ratto malefico che rosicchia la corda che trattiene le mie membra dal baratro del sonno senza risveglio. Sperando di sopravvivere. Ancora. postato da brainstorm |
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lunedì, dicembre 22, 2008 VIGILIA Nella piazza silenziosamente rispettosa, fioche luminarie colorate disegnano ombre inconsuete nei muri delle case e nel selciato umido. Passi lenti e vicini conducono anime desolate nascoste dal cappotto buono verso i gradini della chiesa. Il lamento di un organo fugge dalla grande porta scostata per andare a morire in un angolo buio. In uno scorcio di montagna la neve abbondante accentua il silenzio della notte. I rami del larice si prostrano verso la terra, sotto il peso della coltre bianca trattenuta. Le orme incerte di una volpe si dirigono verso la luce traballante di un fuoco che riluce sul vetro di una piccola baita lontana. E il fumo grigio danza dal camino alla macchia nera del cielo. In un qualsiasi letto d’ospedale mani sudate stringono un lembo di lenzuolo. Il respiro, affannato ed incerto, si arrampica con fatica a tendere la mano al sondino dell’ossigeno. Riecheggia nelle quattro pareti, troppo vicine e troppo pulite, l’insistente bip del monitor con il suo riflesso verde. Mentre lo sguardo fissa un punto lontano oltre il muro, in una luce che vede solo lui. Al camposanto rimangono composte e ferme le fredde file di lapidi di marmo. Fioche lucine rossastre ne disegnano i contorni. Fiori ghiacciati di brina, come tetre sculture, si fanno diligenti sentinelle della memoria. Il silenzio pare intatto ora che neanche remoti passi nel ghiaino lo scalfiscono. Solo le stelle stanno a guardare quell’immobile sudario. La televisione, regina incontrastata delle comode case, detta i tempi e scandisce i ritmi di una vita piatta. Gli stessi film trasmessi nelle pause di pubblicità, telegiornali pieni delle solite facce e di nuove tragedie, reality e trasmissioni che trasudano falsità. Menti spente davanti ad apparecchi accesi. Pance piene e ore vuote. Avanzi di cibo sulla tavola. Pacchi da scartare sotto l’albero. Dentro al bar un altro brindisi. Un altro giro offerto da un portafoglio generoso. Festoni argentati strisciano da una trave all’altra del soffitto. La cameriera dell’est con la minigonna rossa e il cappello di Babbo Natale sorride mentre appoggia un’altra birra al banco. Il fiato appanna i vetri e non si vede se fuori nevica. Al parco il gelo striscia sull’erba bagnata. In una panchina qualcosa si muove e un braccio penzola spuntando da sotto una coperta lercia e un ammasso di cartoni. Un filo di fumo. Si distingue a fatica il fumo dal respiro che condensa. Si intravede la timida brace di una sigaretta che arde. E che si riflette nella pozza di vomito a terra in attesa di ghiacciare.
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venerdì, novembre 21, 2008 LUCE E TENEBRE
Fuori, ad attendermi paziente, un gelo mordente ed asciutto si insinua nelle fessure che il maglione concede. Mi sfiora e mi invade allo stesso tempo. Penetra e accarezza. Raccolgo i ceppi di legna freddi e duri dalla legnaia e li sistemo nella cesta di vimini. La luna attira il mio sguardo per un istante breve ma intenso. Sembra che mi guardi con ingenua curiosità o che, generosa, mi regali uno spiraglio della sua tenue luce. E mi lascio bagnare del suo stupore. Fin da bambino ho sempre adorato guardare le fiamme che prendono corpo, l’iridescente spettacolo del fuoco accompagnato dal dolce scoppiettio del legno che arde. Come se intorno non ci fosse più niente, lo sguardo fisso e rapito dalle lingue gialle che leccano il buio. Prima timide e, a poco a poco, coraggiosamente invadenti. Lo temprano. Lo rischiarano. Mentre un letto di braci brilla sempre più intenso, ai piedi di quel miracolo. Luce che sfida le tenebre, lotta colpo dopo colpo, conquista spazio. E sferzate di ardente calore si posano sul corpo e sulla pelle del viso, che si crogiola inerme. Vinicio canta da solo i suoi stracci di parole alla notte, nascosto dietro le casse dello stereo. Le libera nel buio incerto di queste quattro mura, le sento invadere lo spazio, avvicinarsi, mentre si fondono dolcemente al rumore del fuoco e al silenzio del cuore. La voce roca e intensa gratta i muri quasi per svelarne l’intonaco, per scrostarne l’anima. Scivola nell’aria ferma, si accosta, entra nella carne tiepida e arresa come una lama di coltello nel burro. Smuove la terra dei ricordi in grosse zolle, le spezza, le rompe. Sciami di pensieri si alzano dalle macerie e tornano a danzare. Nuovamente vivi. Nuovamente veri. Intrisi delle loro sensazioni, dei loro colori, dei loro profumi. Fino a ridisegnare immagini davanti ai miei occhi. Istantanee per nulla sbiadite dal tempo e senza residui di terra. Galleggiano dinanzi alle fiamme sprigionando un calore ancora più intenso. E non cessano se chiudo gli occhi. Non smettono. Sono nuovamente mie. Ancora. Per sempre. “E’ arrivato il nostro dicembre di luci e di attese di comignoli e calze appese in una stazione ovattata di neve il tuo arrivo leggero nel cuor della notte attorno a un bidone di fosforo e luce di fuoco fatato E’ arrivato guaendo con una stola di cani randagi ed una scatola di cerini e lumini accesi [… ] che povertà non sapersi parlare e vedersi passare vicini e muti chiusi nel rancore La pioggia si è fatta neve e non ferisce ma bagna e ha portato parole scritte e parlate per quanto groppo e freddo ci fosse nel cuore…”
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sabato, ottobre 25, 2008 MARE
Nell’altra sponda di questo mare, lei lascia che il vento le scosti i capelli, mentre la luna si specchia nei suoi occhi umidi e nell’acqua senza onde. La sabbia silenziosa accoglie la schiuma tra le sue braccia. Le luci del paese si addormentano piano, permettendo al buio di coprirle. Una musica lontana attraversa le distanze senza distrarla. In questa sponda dello stesso mare, mentre la notte spazza via il giorno, lui cammina senza meta oltre la strada. Scosta una bottiglia con il piede mentre lo sguardo si perde nel nulla. Le labbra stringono l’ennesima sigaretta che brucia nel buio. Le mani affondano nelle tasche dei pantaloni in cerca di qualsiasi cosa. Nell’altro margine di questa sera, è scomparso tutto d’intorno, le immagini sfocate dalle lacrime si confondono. Lei non smette di lasciarsi accarezzare dal vento. La bandiera rossa sbatte nel palo di ferro. La sabbia è più umida e fredda sotto i piedi. Come il suo cuore. Come questa notte. In questo margine della stessa sera, a lui non resta che stringere il collo della bottiglia nella mano. Per illudersi che quel tepore nello stomaco possa durare per sempre. Per dimenticare. Il rombo di una macchina rimane sospeso sull’asfalto poco lontano. Una pioggia leggera si confonde con l’oscurità. Si spegne l’insegna blu del bar. Dove l’occhio di lui non sa arrivare, lei s’incammina lenta verso la solita malinconia. Verso lo stesso tetto. Verso lo stesso letto troppo grande. Il vento non sa coprire le sue orme sulla spiaggia, come non sa asciugare le sue lacrime sospese nella notte. Un brandello di gonna si specchia nella vetrina nel silenzio indifferente. Dove l’occhio di lei non può arrivare, lui abbandona il suo sguardo alle stelle, senza guardarle. Si stringe al petto un desiderio sputato in faccia al cielo. Soffocandolo. La bottiglia giace al suo fianco come muta sentinella. I muri gridano il loro silenzio. Si fa difficile da ingoiare il gusto amaro della vita. L’illusione disillusa. La saliva impastata di vino e sigarette. Nel dicembre dell’amore, è spogliata la strada, è nudo l’oggi come il domani. Nuda la vita senza la tua coperta rimboccata. Ogni angolo, ogni nota, ogni sorriso mi parla di te. Siamo orfani sconosciuti. Dispersi nello stesso labirinto eretto nella speranza di fuggirvi. Abbiamo concesso a questo mare di riempire il vuoto che ci divide. Anziché colmarlo. Piuttosto di riempirlo di noi. La pioggia si fa mare e ci allontana, lasciandoci smarriti. Due solitudini che non sanno più incontrarsi. Due solitudini che non sanno smettere di cercarsi. Due solitudini.
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venerdì, settembre 26, 2008 MINACCIA PIOGGIA Vorrei trovare un senso a questa sera, anche se questa sera un senso non ce l’ha… La solitudine è ancor di più una lama affilata che recide l’anima, stasera. Tagliente. Senza sangue. Forse perché non sono solo dentro queste cazzo di mura. C’è la tua cinica indifferenza a tenermi compagnia. Il tuo silenzio ostinato che striscia lungo i muri, come una viscida biscia nel fango. La tua inimitabile spontaneità nel voltarmi le spalle. Come se io non ci fossi. O come se non ci fossi tu. Le ore si trascinano nella melma oleosa di questo paradosso di cui non voglio più sentirmi protagonista. Né comparsa. In cui non voglio più sforzarmi di capire. Sono stanco di cercare spiegazioni che non ci sono. Non ho voglia di ascoltare le tue solite parole vane estirpate a fatica. Né, tanto meno, rosolare nella graticola insopportabile dell’attesa. Meglio uscire a fare quattro passi. A quietare quest’ansia insopportabile che mi stringe la gola. Posso sentirle le dita nodose dell’incomprensibile che si serrano attorno al mio collo. L’aria che riesco ad inspirare sempre con maggior fatica. Fa freddo stasera. Molto più di un normale inizio autunno. Alzo il colletto del giubbino ed infilo le mani bene in fondo alle tasche dei jeans. Cumuli di foglie gialle rinsecchite si radunano sul ciglio della strada, e crepitano un ultimo grido sotto i miei passi. Mentre qualche rara auto spezza il buio e la leggera brezza che spira da ponente. Anche le stelle, infreddolite, si sono tirate su una coperta di nubi. E minaccia pioggia. Domani, probabilmente. L’abbaiare improvviso di un cane mi ridesta dai miei pensieri. Ma, purtroppo, non li cancella. Continuano a rosicchiarmi dentro come un covo di roditori. Neri topi scodinzolanti che mi strappano brandelli di stomaco con morsi secchi. Strusciando l’irto pelo ispido sulla mucosa. I passi si fanno più rapidi. Non mi resta altro che bere. Non posso fare altro. Il bar non è tanto lontano. Una birra rossa media. Un’altra. Un paio di Marlboro. Un’alta ancora. Perché ci sono sere in cui non c’è nessun senso da trovare. In cui è inutile anche cercare. Sere che è meglio anestetizzare. Perché fa paura andare a dormire, ma anche stare svegli. Coscienti. Meglio galleggiare tra l’asfalto e il cielo, dopo l’ultima birra, senza più pensare al senso. O, forse, sapendo che il senso è tutto qui. Tanto domani arriverà lo stesso. E minaccia pioggia.
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martedì, settembre 02, 2008 SENZA UN PERCHE'
Non so niente di te. O quasi. Il tuo nome, il colore degli occhi, il suono della tua voce e poco altro. Non so da dove vieni, quanti anni hai, cosa ti piace o cosa no. Conosco solo l’irresistibile forza che convoglia il mio desiderio dalle tue parti. La tua immagine che lampeggia insistentemente confusa in ogni mio pensiero, come luce di un faro lontano per la mia barca alla deriva. I tuoi sguardi, le tue parole, i tuoi sorrisi apparentemente innocui nella normalità del contesto, che abbattono impietosi gli ultimi dubbi della ragione. Niente altro. Non so niente altro. Non so perché, forse perché non ne esiste alcuno. O se sia giusto o sbagliato perché non lo voglio sapere. Non mi interessa cosa sarà domani, come sarà. Non me ne frega niente. Non c’è un perché nel nostro casuale incontro se non uno scarabocchio tra le pagine del destino. Non c’è un perché all’istinto animale che ha preso possesso dei nostri corpi senza accettare spiegazioni. O compromessi. Non un perché alla traballante luce al neon aggrovigliata tra i tubi sospesi nel soffitto, scricchiolii, rumori, paura che scompaiono come fumo soffiato fuori dal finestrino. Solo uno squarcio di meraviglioso azzurro intorno alle nostre mani che si conoscono per la prima volta, sfiorandosi, solo un istante prima delle nostre labbra assetate. Ormai so solo questo. Ormai è tardi. Ci sono solo le nostre bocche che si mangiano a vicenda. Mani ansiose che invano tentano di quietare i fremiti che scuotono le carni. Sospiri e sussurri sibilati all’orecchio tra le vampate di una passione selvaggia che arde. Il tuo profumo così inspiegabilmente vicino. Niente altro tutt’intorno. Solo un vuoto stupito che ci guarda e ci ascolta in un silenzio assordante. I tuoi occhi socchiusi, la pelle sudata, calze nere autoreggenti che terminano al momento giusto, un attimo prima del perizoma che si scosta senza opporre resistenza. Un attimo di carne tiepida prima dell’abisso bollente. Riapro gli occhi sui tuoi ancora socchiusi, sulle ciocche bagnate dei tuoi capelli biondi appiccicate alla fronte e alle tempie, sulle nostre braccia vinte dall’ultimo abbraccio, sui nostri respiri che si rifanno lenti. Regolari. La tua borsetta bianca a terra, nella polvere, sotto la luce traballante del neon che è tornata a giocare tra i tubi del soffitto. I rumori lontani del traffico di un venerdì sera ancora rispettosi di questo silenzio sovrano. Che non dovrebbe mai finire. Senza un perché. O forse proprio perché non so niente di te. O quasi. postato da brainstorm |
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giovedì, luglio 31, 2008 BAGNATO DI SOLE La quotidianità dei giorni lasciata al suo incessante scorrere, lasciata alle spalle. Lontana abbastanza da scordarsene subito. Lontano dalle sue acque che trascinano i sogni lungo un corso predestinato. Catturati dalle impietose braccia della corrente. Approdo, come per magia, a questo luogo indenne, timido, silenzioso. Immerso in un verde di cui avevo scordato la potenziale intensità, sovrastato da un cielo talmente azzurro e terso da sembrare finto. Come la cupola di una cattedrale dipinta da un artista d’altri tempi. Un pugno di antiche case di pietra si accoccolano nella stretta vallata, con le vette maestose a circondarle, a fare da sentinella. Vicine come per sostenersi l’un l’altra, per scaldarsi, per farsi coraggio. Lasciando spazio solo a stretti vicoli che si inerpicano tra di esse, come grigi ruscelli di sasso che scorrono verso valle. Gli sguardi timidi delle piccole finestre e degli usci sembrano scrutare i passi lenti del visitatore. Il tempo pare essersi fermato. Probabilmente perché ha pensato che ne valesse la pena. Fossilizzato nel piccolo negozio del centro che vende di tutto, nelle luci di natale ancora sospese sul mio cammino, nel beone di paese curvo sul tavolino del bar all’aperto con una bottiglia vuota stretta nella mano. Nell’anziana seduta davanti a casa, col velo e lo scialle nero, che intreccia cestini di vimini con le mani scolpite dall’artrosi. Negli anelli di ferro inchiodati a quei vecchi muri, antichi parcheggi di viandanti a cavallo. Tutto sembra essere rimasto com’era. Come se qualcuno avesse volontariamente voluto farlo rivivere. Senza automobili, gente con taniche e bottiglie che fa scorta di acqua nella fontana a monte del paese. Profumi genuini di cucine sempre attive. Il saluto cordiale di volti nuovi. Mai visti. La brezza fresca della sera che rotola giù dai monti portandosi dietro profumo di resina, fino alle placide acque del lago, che sonnecchia a valle. Respiro quest’aria a pieni polmoni, quasi incredulo. Calzo gli scarponi, gustandone la sensazione quasi scordata. Lascio che i passi si susseguano lenti, che il respiro si adatti. Mentre attraverso boschi silenziosi, custodi di ombre e aromi preziosi, provenienti da alberi, pigne e foglie secche che si abbracciano ai bordi di un torrente. Uno scroscio d’acqua gelata che interrompe il silenzio del posto. Un gregge di pecore bruca silenzioso uno scorcio di prato. Man mano che salgo la vegetazione si dirada lasciando spazio solo a qualche pino mugo che spunta tra le rocce. Solitario. Una poiana plana poco lontano e si guarda intorno guardinga. Ed è così lontano tutto il resto. Da sembrare appartenente ad un altro mondo. La mente libera beve tutto ciò che la circonda. E si arresta stupita quando lo sguardo incrocia quello di un camoscio comparso da uno spuntone di roccia. Mi guarda per qualche secondo che sa di eternità, prima di scomparire oltre una forcella, con balzi agili e leggeri. Lasciando che torni quel silenzio irreale, bagnato di sole. postato da brainstorm |
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martedì, giugno 24, 2008 ANCORA VASCO
Cambia lo spazio, la terra da calpestare e il paesaggio di contorno. Non più lo storico autodromo di Imola ma parco S.Giuliano a Mestre, con l’erba che si spegne nella meravigliosa laguna di Venezia. Ma il resto c’è tutto. Ancora. Ancora quel sole bollente nel cielo, ancora strada da percorrere, bancarelle di magliette, bandane e profumo di cipolla fritta. Ancora centomila anime a fremere con la mia, ancora sorrisi amici ed altri da scoprire, birra fresca a fiumi. Ancora Heineken jammin’ festival. Ancora Vasco. Dopo che l’anno scorso una tromba d’aria l’aveva portato lontano. Lontano un anno di nuova attesa. Che sa sempre farsi perdonare. Attesa che ne valeva la pena. Voglia che cresce, giorno dopo giorno, fino all’orgasmo. Quando esplode con la musica dalle casse, si libera nell’aria abbracciata alle parole delle canzoni, traspira dalla pelle sudata d’emozione, fa vibrare il suolo sotto duecentomila piedi. Un’onda che segue la sua luna. Il suo punto di luce. Il suo Comandante. Illuminata da luci che si specchiano dietro al palco. Sostenuta dalla musica scafata e perfetta della band. Vasco. Mai come stavolta duro e malinconico. Martello pneumatico e dolce carezza. Grida e lacrime. Mai così tristemente contento. Quasi come se stesse salutando qualcuno a cui vuole un mare di bene. Qualcuno che sa che non rivedrà più. Quasi come se sapesse benissimo di non poterne fare a meno. Di quel popolo che lo segue, che lo adora, che lo aspetta. Di quelle duecentomila braccia alzate in un abbraccio, di quel coro che non salta una parola, di quell’onda. Di quel dare un senso alla vita, anche se la vita un senso non ce l’ha. Già nell’ultimo disco si intuiva questa sensazione. Per qualcuno un disco più maturo, di chi ha lasciato gli eccessi per la tranquillità. Per me un disco disperato, di chi sa che gli resta poco tempo e vuole congedarsi. E l’ha fatto, ancora, durante il concerto. Con canzoni strane, con voce a tratti più roca, con gli occhi bagnati. Gridandoci addosso che “ogni cosa resta qui, qui si può solo piangere, e alla fine non si piange neanche più” o “non potrai mai trovare un altro come me” o ancora “e adesso che tocca a me”. Sussurrandoci “..prima di cadere a terra finito dallo sforzo, finalmente morto.” “non sciupare il tempo che forse non ce n’è..” fino a “lasciami stare, ho comprato una croce, e si vedrà..”. Non è scappato via prima della fine di albachiara, come fa di solito, è rimasto a cantarla fino all’ultima parola e a salutarci fino all’ultima nota. Con un’ultima lacrima che non ha saputo nascondere. E che non ho saputo trattenere neanch’io mentre gli gridavo, nel mio silenzio, “ciao, e grazie…anima fragile”. postato da brainstorm |
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lunedì, maggio 26, 2008
ZAMPE DI MOSCA
Un bicchiere vuoto, con poche gocce rubino sul fondo, fa da sentinella al piano impolverato del tavolo. Una mosca, in equilibrio sul bordo, annusa l’aria fregandosi le zampe anteriori. L’ultima bottiglia, o forse quella prima, riposa distesa su un fianco sul legno del pavimento. I raggi di questo sole incerto spingono sui vetri sporchi della finestra. Tra le maglie di una ragnatela. Arrivando ancora più spenti a bagnare l’interno della stanza. A colpirmi gli occhi abituati al buio. Ferendoli. Come è ferito questo mio corpo, la testa, le mani e il cuore. Ferite secche ed invisibili. Ferite senza sangue. E forse proprio per questo così dolorose, così laceranti. Appoggio la schiena al legno freddo della sedia. Mi inebria l’illusione di riuscire a rilassarmi, almeno per un istante. Un silenzio devastante mi abbraccia, mi stringe, e resto a chiedermi se venga da fuori, filtrando dalle pareti, o se nasca dentro di me e si espanda dilatandosi nello spazio che mi circonda. Sotto la travi del soffitto, nel bagno, dietro la credenza, su dalle scale e fin dentro le crepe del muro. Sotto l’intonaco, nei mattoni e oltre. Un silenzio dove anche il tempo alza le braccia al cielo, arreso, e pare arrestare il suo passo. Dove tutto sembra immobile a tendere l’orecchio per sentire l’urlo di dolore. L’urlo muto di questa sofferenza. Che si dibatte e si attorciglia nel ventre. Sbatte le ali nella testa beccando i resti della ragione. Vibra nella carne. Penetra nel cuore con la sua lama sporca di ruggine. Che danza beffarda sulle macerie delle illusioni. Che esplode violenta nel cielo della serenità. Che rotola giù dall’imprevisto schiacciando ogni sogno. Che scroscia da nubi minacciose spegnendo ogni fuoco d’intento. Lasciandomi così, spossato e vinto, sorretto dai quattro legni di questa sedia. Senza la forza né la voglia di alzarmi. Faticando persino a sollevare il torace quel poco che serve per respirare. Ogni tanto. Come questa stanza al tramonto. Sempre più buia, orfana di un sole che va verso la quotidiana morte, sospesa. Senza voci né colori. Nessuna foto alle pareti a testimoniare i giorni andati, né orizzonti per sognare un domani. Nessun passo che entri dalla porta per interrompere questa solitudine. Nessun profumo a risvegliare i sensi. Solo un grande vuoto di silenzio e una mosca in equilibrio a succhiare l’ultima goccia di spirito. Fregandosi le zampe. postato da brainstorm |
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venerdì, maggio 02, 2008 GIRO DI RUOTA Nascosto tra le foglie delle piante dietro casa, un cuculo libera il suo verso che ondeggia nell’aria tiepida della sera. Tiepida, finalmente. Come racconta la tradizione quel canto annuncia la fine del freddo. L’affacciarsi della bella stagione. Come lo racconta il sole caldo, l’esplosione di verde nei campi e una farfalla bianca che danza leggera tra i boccioli di rosa. La maiolica della stufa è così insolitamente fredda al tatto, orfana della fiamma che i ceppi quotidianamente le regalavano. I cappotti girano e girano nel vortice bagnato della lavanderia. Si sta quietando anche quel fastidioso ed insistente mal di gola che non mi dava tregua. E i resti dell’inverno giacciono sotto la terra del ieri. Senza una croce. Senza fiori. Pronti a risorgere appena tornerà la loro ora. In questa ruota che gira e non smette di girare, nell’eterno, vano tentativo di mordersi la coda. E io scorro insieme a lei. Galleggio nei suoi ritmi adattando i tempi e i vestiti. Null’altro. L’asseconderò restando più fuori. Girando i pedali della mia bici. Bevendo il calore e la luce che si allunga nella sera. Bevendo una birra fresca all’aperto. Catturando uno scorcio di paesaggio con la mia Nikon. Alzandomi prima di mezzogiorno. Non posso fare altro che assecondarlo questo eterno giro di ruota. Visto che non posso cambiarlo. Non posso farlo durare di più o non farlo smettere mai. Non posso arrestarlo. O fare finta che non ci sia. Posso solo esserne spettatore. Burattino di questa scenografia scritta dal destino. Uccello di uno stormo che migra in tempo di caccia. Ogni volta un po’ più vecchio. O meno giovane. Ogni volta con gli stessi sogni e sempre con meno possibilità di realizzarli. O con meno tempo per sperarci. Tentando sempre di sopravvivere a tutto finché qualcosa di quel tutto non vincerà. E’ così semplice, alla fine, l’arcano mistero della vita. D’altra parte si sta così bene fuori stasera, l’aria è ferma e silenziosa, si sente il rumore della carta della sigaretta che arde mentre aspiro e non fa per niente freddo. Vedo le stelle quando alzo il fondo della bottiglia verso il cielo. Si sta così bene, stasera, da dimenticare tutto. O da pensarci troppo. postato da brainstorm |
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sabato, marzo 29, 2008 “…non si può fare quello che si vuole non si può spingere solo l’acceleratore guarda un po’, “ci si deve accontentare” qui si può solo perdere e alla fine non si perde neanche più.” STRADA VISSUTA Forse è proprio così. Alla fine non siamo che pulviscolo dell’universo. Una frazione di secondo nella corsa del tempo. Un granello di sabbia perso nel deserto. Non sono che un’infinitesimale essere vivente disperso nel vortice dell’immensità della vita stessa. Una parentesi. Condannato a morire quando inizia a vivere. Torturato oltremodo dalla capacità emozionale di cui sono stato sadicamente provvisto. Cosicché possa sognare, illudermi, sperare. Ridere,accarezzare, piangere. Immaginare, emozionarmi, credere ed innamorarmi. Arrampicarmi in tutte queste sensazioni destinate immancabilmente a crollare. Come tanti invisibili spilli che piovono dal cielo e mi si conficcano nella carne. Aggiungendo dolore al dolore. Come pioggia che si confonde nel mare. Eppure impotente. Cosciente di non saperne fare a meno. Succube di questa droga che mi dilania nella sua astinenza. Probabilmente è proprio così. Galleggio nei giorni alla ricerca disperata della felicità, una felicità solo immaginata, sognata, sperata. Ma mai realmente provata. Come se non fosse mai abbastanza per le mie illusioni. E mentre mi affanno guardando in ogni direzione non mi accorgo del tempo concesso che si consuma. Si scioglie in fango come neve al sole. Come cera di candela. Come l’ennesima sigaretta. Forse la consolazione sta nella tragedia stessa. Forse è proprio nell’illudersi che risiede la gioia. Nel perdersi tra le trame di un sogno che sgorga la felicità. Forse è proprio il tempo trascorso ad occhi chiusi quello meno sprecato. Quello che ha un senso. Se non posso aggiungere tempo non mi resta che aggiungere godimento al tempo che ho. La grande madre con la falce attende oltre l’angolo. Lasciatemi camminare ad occhi chiusi illudendo ogni istante, ascoltando il battito del cuore in gola e il vento in faccia. Perché voglio che sia vissuta la strada che mi lascio alle spalle, prima di svoltare quell’angolo. “ E adesso che sono arrivato fin qui grazie ai miei sogni che cosa me ne faccio della realtà. Adesso che non ho più le mie illusioni che cosa me ne frega della verità. Adesso che ho capito come va il mondo che cosa me ne faccio della sincerità. E adesso tocca a me…”
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venerdì, marzo 07, 2008 NON CI SEI Questo vento che mi sferza il viso scende da nord, freddo, pungente, e pregno dell’inconfondibile profumo della neve. Spazza il cielo restituendo tono al suo azzurro. Stacca le ultime foglie morte da rami che già si preparano a nuova vita, covando germogli al caldo della linfa che dentro vi scorre. Una carta appallottolata rotola sul ciglio dell’asfalto, tra la polvere, inseguita dallo sguardo curioso di un cane oltre la rete. E io sono qui, che mi trascino in questa scenografia di fine inverno. Sono qui a sopportare la tua assenza. Come ogni volta che non ci sei. E manchi in questi giorni secchi ed assetati. In questo letto troppo grande e ben rifatto. In queste sere tenute in vita da una televisione dove non fanno mai niente. Tra queste quattro mura che rimbombano di silenzio. Non mi va di alzarmi. Non mi va di uscire. Lo sguardo rimane appeso sempre alla solita porzione di soffitto, come a cercare una nuova trama. Il desiderio trabocca oltre l’orlo del sopportabile, cola nelle ruvide pareti dell’attesa, e si raccoglie nel lago fermo dell’impotenza. Perché solo tu sapresti ridare vita all’onda. Solo tu potresti berne l’eccesso fino a svuotarmi. Solo tu, se ci fossi, sapresti quietare questa bestia che mi si dimena nel petto. Sento che, piuttosto di mai, mi basterebbe adesso. Magari un istante. Il tempo di un respiro. Il tempo che impiega il lampo per brillare nel cielo. Una goccia di pioggia per raggiungere la terra. Il tempo necessario ad un battito di ciglia. So che potrebbe bastare. Ma non ci sei. Se non tra i miei pensieri. O nascosta tra i ricordi. Le tue mani che mi cercano, la tua pelle, i tuoi sospiri. Proiettati migliaia di volte in quella porzione di soffitto. Come un film che non ci si stanca mai di rivedere. Di cui so a memoria ogni battuta. E intanto fuori tutto continua. Oltre il vetro. Rumore di automobili che passano. Il soffio del vento. Giorno che si fa notte percorrendo le infinite tonalità del crepuscolo. Luci di lampioni che prendono vita. La porta del vicino che sbatte. E io sono qui. Ma tu non ci sei. postato da brainstorm |
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venerdì, febbraio 15, 2008 IL MIO POSTO
"Just as you take my hand just as you write my number down just as the drinks arrive just as they play your favourite song … Before you run away from me before you’re lost between the notes the beat goes round and round come on and let it out, come on and let it out” jigsaw falling into place RADIOHEAD Il mio posto. Un'immensa distesa di cielo adagiato sulla terra. La stessa enorme quercia spogliata dal gelo dell’inverno. Il profilo lontano dell’unica casa visibile reso incerto dalla foschia. L’incessante rincorrersi dell’acqua tra i ciottoli nel fondo del ruscello. L’aria libera di scorrazzare senza ostacoli, di spazzare la terra dalle foglie morte, di spingere il fumo di quel camino lontano ancora più in alto. Lo stesso posto. Sempre uguale eppure così diverso. Con il sole giallo che nuota nell’azzurro del cielo o con grigie nubi che sopprimono la luce del giorno. Con il verde che esplode nella terra e tra i rami o con il colore spoglio e monotonale della terra resa arida dal morso del freddo. Con il tiepido soffio della brezza che sa accarezzare o con il pungente graffio del vento di gennaio. Lo stesso posto. Lo stesso silenzio. A cui concedere una sosta. A cui regalare i propri pensieri. Terra capace di assorbire le lacrime. Acqua che sa riflettere un sorriso. Solitudine che presta l’orecchio alle mie più intime parole. Scrigno di segreti ed intenti. Lo stesso sasso dove sedermi per sguinzagliare lo sguardo. La prima volta che mi sono fermato sanguinavo. Di quelle ferite che la gioventù fa sembrare inguaribili. Lo strazio galleggiava nell’aria diluendosi nella sua vastità. Il sangue colava in lacrime sulla terra che, paziente, lo assorbiva. Il dolore si frantumava nella stessa roccia che mi accoglieva. Il soffio del vento coagulava la breccia. I rami della quercia sembravano invitarmi ad un abbraccio. E, andandomene, nuova pelle intrecciava la sua cicatrice. Da allora non ho smesso di tornarci. Di sentirne il richiamo. Per poter chiedere o per sentire risposte. Per dire grazie. Per raccontare. Per piangere. Perché quel posto è il mio posto. E’ stato lui a trovarmi. Mi giunge l’abbaiare lontano di un cucciolo festoso. Seguo il volo irregolare di un uccello che gioca planando leggero. Poi, quando tutto si ferma ad ascoltare, posso iniziare a raccontarmi. postato da brainstorm |
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domenica, gennaio 20, 2008 PIOVE DENTRO
Ci sono giorni in cui la solitudine lievita fino a riempire l’ultimo spiffero di pensiero. S’insinua maligna tra le intercapedini della quotidianità. Vegeta nella fredda immobilità di un inverno difficile da scaldare. Capita nei primi vagiti di un nuovo anno. Negli strascichi di quello appena cessato. Succede. E, nella sua lenta e monotona melodia, avvinghia le membra e la mente tessendo la sua invisibile ragnatela. Vaghi nei giorni, attraversandoli quasi come se fosse un obbligo, tagliando quella nebbia fitta che non si dissolve. L’umidità penetra bagnando le carni, fino ad impregnare le ossa. Un cielo grigio che ha scordato i raggi del sole. Una terra gelida e sterile, spogliata di ogni suo colore. Un mare piatto, nero, dove manca perfino il naturale moto dell’onda. Intanto il silenzio ti avvolge, ti copre, ti conduce nei suoi muti labirinti. Un bar. Luci, voci e alcol per divincolarsi da quella morsa. Per fuggire il ferro ghiacciato della canna della pistola. Altre solitudini messe in fila lungo il banco o sparpagliate, una per tavolo, nell’angolo più buio del locale. La pallina di un flipper rumoreggia ed illumina la parete mentre una voce metallica incita il solitario giocatore. Ma già basta per spogliarsi di quel grigio sudario. O ne ha la parvenza. Il Jack Daniels brucia in gola e tempra il corpo, le altre solitudini sparse nella stessa stanza si affannano per consolare la mia. Nevermind dei Nirvana, liberato dalle casse impolverate, veste l’aria fumosa della giusta tonalità. Fuori non cessa di piovere, il vetro della finestra, torbido e gocciolante, ne è silente testimone. Quante solitudini vagano in quel buio squagliato da luci di vetrine? Quante galleggiano senza timone tra quelle pozzanghere di fango? Quante affondano nella melma dell’indifferenza? Egoisticamente mi sento in salvo, con un cenno chiamo la ragazza dietro il banco e ne ordino un altro. Mentre me lo versa osservo i suoi occhi, la mano curata, le spalle scoperte a mostrare fin troppa pelle. La scollatura a lasciare intuire seni morbidi e generosi. Una ciocca di capelli corvini distrattamente appoggiata nella guancia. Me lo porge con un sorriso che ricambio. “Come ti chiami?” “Irene…” Il ghiaccio litiga col calore del distillato mentre scorre dalla gola allo stomaco. In quell’assurda lotta tra acqua e fuoco. Bene e male. Da dietro Irene è ancora meglio. Ogni tanto passa, mi sorride. Mi guarda di sfuggita dall’alta parte del bancone. Dondolo nello sgabello incerto che scricchiola nelle assi di legno del pavimento. Le gocce non cessano di rincorrersi nel vetro. Court Cobain ha ancora voce per grattare le travi del soffitto. Lo sguardo non si stacca dal profilo danzante di Irene. Dallo spacco laterale della sua minigonna. Dal bordo più scuro delle autoreggenti che ammicca. Forse me la scoperò contro le mattonelle bianche del cesso. O semplicemente parleremo ancora un po’. Forse pagherò e me ne andrò all’orario di chiusura soltanto dicendole ciao. In ogni caso, dentro quel bar, c’era un buon motivo per mandare a farsi fottere questa maledetta solitudine. Almeno fino a domani. E piove. postato da brainstorm |
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domenica, dicembre 23, 2007 CERCO NATALE
Negli ultimi, ostinati, avanzi di neve gelata che sonnecchiano adagiati alle tegole dei tetti, in un ripido ed ondeggiante manto. Negli angoli dimenticati dal poco sole di queste giornate troppo brevi. Nel passo silenzioso ed attento di un gatto curioso che si sofferma, ad annusare quell’inatteso regalo del cielo. Nella fuga intimorita di un corvo, nero come la cenere dei camini, che abbandona la sua paziente ricerca di foglie e ramaglie secche per rinforzare il nido. Per scaldarlo. Cerco Natale. Nel tronco dell’ulivo che si scalda imbottito di paglia da mani premurose, al riparo dalla rigidità delle eterne notti invernali. Nei nudi e spogli rami del melograno che danzano insieme a quelli del nocciolo e dell’acero. In quella foglia solitaria che ondeggia aggrappata a quello che era il suo ramo, con un’invisibile filo di ragnatela. Di speranza. Nelle altre, cadute da tempo, che sbirciano il cielo grigio da sotto quel che resta della neve. Come bambini giocosi che occhieggiano le stelle nascosti al caldo delle loro coperte. Aspettando Natale. Nei ceppi di faggio che ardono scoppiettanti nella stufa, nelle lingue di fuoco incandescenti che anneriscono i mattoni refrattari e scaldano con pazienza il freddo intorno. Gli occhi non si staccano dallo spettacolo del fuoco, e il corpo piacevolmente li asseconda. Senza muoversi da lì. Anche a Natale. E’ il destino ostinato con cui convivo. Nonostante un treno che passa ancora, io sono qui che lo aspetto. Disperso nelle mie periferie. Semplicemente. Semplice come la voce del mio anziano vicino che mi chiama dal campo, ed eccolo là con la solita camicia a quadri degli altri giorni, gli stessi pantaloni scoloriti, le gote rosse e i capelli grigi arruffati. E una bottiglia del suo merlot per me. Per augurarmi buon Natale. Lo ringrazio commosso. E cerco quel Natale in un giorno come gli altri. Nel dolce sapore della consuetudine. Dove non c’è confusione, non giungono luci, non compare carta da pacchi né fiocchi colorati. Qui, lontano da strade affollate e volti semisconosciuti con le loro bugie. Sarò qui quella notte. Come tante altre. A cercare qualcosa gettando qualche altro ceppo di faggio nel camino. Con, a fianco, la bottiglia di merlot, a guardare il fuoco ascoltando il vento. Ad attendere di sentire qualcuno che bussa alla porta, intirizzito dal freddo, nel suo vestito di panno rosso, la barba bianca e un grande sacco legato con lo spago. E scoprire cosa mi ha portato, con un sorriso, mentre lui si scalda davanti al fuoco con un buon bicchiere di merlot. postato da brainstorm |
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mercoledì, novembre 28, 2007 NUBI
“Chi ama l’amore, chi ruba, chi lotta, chi ha fatto la spia, chi legge la mano, chi prende sessanta, chi arriva agli ottanta, chi è morto d’invidia, chi ha torto o ragione, chi ha vinto, chi ha perso, chi è morto di figa o di gelosia, ma il cielo è sempre più blu ma il cielo è sempre più blu” Sempre. O di solito… Nubi, addensate in cupi e grigi cumuli, si accavallano nel cielo celando o trattenendo la luce del sole. Sgranando il suo bel blu in un bianco sporco monotonale. Senza contrasti. Senza brillantezza. Senza uccelli. Quelle stesse nuvole galleggiano sonnolente, sospese e leggere, aggrappate al medesimo silenzio che le avvolge. E le ore del giorno sfilano agghindate con vesti di colore sempre uguale. La musica rimbalza nelle pareti rincorrendosi per tutta la stanza. Cercando di illudermi che, fuori, il cielo sia ancora blu. A volte è sufficiente illudersi. A volte basta. Altre, come questa, la tenda scostata della finestra, ne impedisce perfino la gestazione dell’idea. Non basta. Neanche la bottiglia, distesa su un fianco sul tappeto, è bastata. Se non ad inaridirmi la bocca. E gli occhi. A far volare i ricordi. A mostrarmi immagini sfocate, ma abbastanza distinte da slabbrare vecchie ferite. Rino continua a cantare, anche lui ferito, anche lui illuso. O fin troppo saggio. Ma anche lui con la sua bottiglia. Fredda. Dura. Come la canna della pistola sulla fronte del maiale grasso. Lo sguardo spaventato, un grugnito, poi lo sparo e il silenzio. Interrotto solo dallo scoppiettio di alcuni ceppi infuocati in un angolo del cortile. L’animale trascinato a fatica nella terra e, a braccia, appeso a testa in giù. Lo scricchiolio sinistro del legno dell’improvvisato patibolo. Un taglio netto e preciso alle carotidi, e il sangue che gocciola nella terra a formare un fango amaranto. Il cane, curioso per sua natura, che annusa quel gocciolio incessante. E poi il rosso vivace della carne appena morta che contrasta col legno scuro del tavolaccio addossato ad una parete della casa. Dentro l’acqua ribolle sul grosso pentolone. Le voci degli attori si fanno più alte per cancellare il requiem di quel mattatoio. In un angolo altre bottiglie. Di vino rosso giovane. E i bicchieri mezzi pieni appoggiati distrattamente. Sopra quell’assassinio un cielo sempre più grigio. Imbevuto di tristezza come una spugna. Pregno di dolore. La musica cessa. Anche qui. O, forse, non smetterà più. “ chi mi dice ti amo, ma togli il cane, escluso il cane, tutti gli altri son cattivi, pressoché poco disponibili, miscredenti e ortodossi, di aforismi perduti nel nulla. Chi mi dice ti amo, se togli il cane, escluso il cane, non rimane che gente assurda, con le loro facili soluzioni, nei loro occhi c’è un cannone, e un elisir di riflessione. E tu non torni qui da me, perché non torni più da me? “ postato da brainstorm |
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mercoledì, ottobre 31, 2007 OGNISSANTI Scuri rami d’albero, spogli del primo freddo, si allungano come braccia protese verso il cielo buio. Immobili, recitano la loro muta preghiera alla notte, in una litania di silenzio. Neri corvi, con lo sguardo giallo rivolto alla luna, si muovono leggeri beccando tra le foglie secche in cerca di qualcosa da inghiottire. E un sottile velo di rugiada veste tutto di un argento che luccica timidamente. Anche la terra chiede perdono. Anche la terra implora i suoi santi. Lavata da tutti i suoi peccati si concede alla notte, in ginocchio, con capo chino, per accogliere la mano del destino. Mille fiammelle rosse fanno ondeggiare lingue di luce dondolanti sul marmo delle lapidi e dei loculi. Negli altri giorni inghiottiti da buio e solitudine. Fiori, processioni timide e lente conducono i loro passi nel selciato polveroso di ogni cimitero. Ancora fiori, cappotti e sciarpe che non scaldano il freddo dentro. Fiori che nascondono la tristezza di questa menzogna. Notte magica. Di spiriti inquieti che danzano e vegliano le ore sospese tra ottobre e novembre. Senza vento. Senza fruscii di foglie secche calpestate. Senza ombra. Inconsistenti essenze mescolate all’aria umida e pesante. Sfiorano i luoghi del loro passaggio con aloni d’umidità condensata in minuscole gocce. Che colano nei fili d’erba, nei muri ricoperti dall’edera, nelle croci. Nelle strade, ai bordi del fiume e sull’insegna di un bar. Nel profilo di una zucca arancione che, ghignante, dissacra questo momento. Esco ad accogliere queste lacrime che bruciano sulla pelle. Non fa molto freddo e tutto sembra fermo. Lascio alle ultime case le grida scherzose di un gruppo di bambini mascherati che non si stancano di ripetere la solita domanda: “dolcetto o scherzetto?” M’inoltro nello scuro silenzio della campagna a fare la mia parte. A pronunciare le mie implorazioni sottovoce. Recitando, disperato, il rosario dei miei desideri. Una stella mi guida. Le scarpe scivolano incerte nell’erba bagnata. Ma non mi fermo. Il verso acuto di una civetta mi fa compagnia. Insieme a quell’aria che mi avvolge e mi scalda, mentre ascolta parole che non pronuncio. Soffocate nella nebbia spessa che sale dall’inferno ed ingaggia la sua battaglia con l’aria tersa degli angeli. E rimango sospeso in quell’incertezza ad attendere la mia condanna. postato da brainstorm |
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sabato, ottobre 06, 2007 FALENA Il tempo che ci separa si dilata nei giorni che si sfogliano come un mazzo di tarocchi gettati distrattamente sul tavolo. Scomposti. Inutili. Senza senso. Eppure nessuno di quei giorni ha saputo morire senza che le gocce del tuo ricordo ne bagnassero almeno un istante. Senza che il tuo profumo ne pregnasse l’aria. Senza il distendersi della tua ombra nella luce incerta della sera. Nessuno di quei sogni, in fondo, ha trovato il coraggio di rassegnarsi. Le sensazioni rubate a quello che è stato il nostro presente colano in pozzanghere, in cui si specchiano i tuoi occhi e le tue labbra, in riflessi beffardi. Piscio su di una falena caduta nel fondo del Water, che sbatte le ali e freme, ostinata nella sua resistenza. Che non vuole saperne di desistere. Di lasciarsi morire. Neanche lo scroscio dello sciacquone, con l’impeto del suo getto, riesce a portarsi via quelle ali che vibrano per tenersi a galla, tra piscio e ceramica. Così respira ancora l’embrione della nostra passione, quasi a voler recriminare il diritto a chiamarsi amore. Come se volesse dimostrare al tempo che sta perdendo la sua battaglia. Resistendo alla corrente dell’acqua che non cessa di scorrere sotto i ponti delle nostre vite. Respirano ancora l’incontro delle nostre labbra, i nostri sguardi sospesi sul baratro dell’incertezza, le nostre mani che si stringono per allentare la morsa della paura. Del desiderio. Vibrano ancora le nostre parole sussurrate piano, il nostro segreto custodito con cura in un cuore gonfio di emozione, il nostro cercarci. La nostra pelle nella fremente attesa delle nostre mani. Proprio come bruciano ancora le ferite aperte, i silenzi pieni di promesse non mantenute, di scelte titubanti che diventano gelide lame conficcate nella carne. Dolgono ancora i colpi sull’anima, come mazzate violente, da cui sgorgano le emozioni uccise prima che fosse troppo tardi. Un attimo prima che vincessero. In un tranello vigliacco che non ci si aspetta. Tutto questo lascia le impronte di qualcosa che il vento non sa cancellare. E che ho imparato a custodire. In una stanza ben nascosta, ma assolata. Arredata con gusto, con tante foto alle pareti e un buon profumo nell’aria. Per poterne aprire i battenti dell’unica finestra, ogni volta che ne ho bisogno, che ne ho voglia, ed illudermi ancora una volta che ci sarai ancora. Come non mi stancherò mai di fare. Nonostante tutto. Esattamente come quella falena che non cessa di sbattere le sue ali bagnate, sicura di giungere, prima o poi, a vedere il mare.
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giovedì, settembre 13, 2007 DISTANZE
La sabbia uniforme e monocromatica che veste un deserto, sempre oltre il limite massimo concesso all’occhio umano. Un mare piatto ed immenso dove non ci è dato di vedere altra sponda. Uno scorcio di cielo pennellato di blu fin oltre l’ultimo orizzonte. Stereotipi che è facile accostare al concetto di distanza. Come la luna che si mostra, velata o piena, con le sue allusioni, tanto che ci si illude di poterla toccare con un dito. Quando sappiamo benissimo che mai quel dito riuscirà in tale impresa. Distanze. Dal sapore amaro dell’assenza. Distanze. Onde incessanti che tengono a galla i ricordi. Punte di spillo conficcate nella carne del desiderio. La tenda scostata e lo sguardo che si perde oltre il vetro della finestra, zigzagando tra le gocce di una pioggia che non cessa, sotto un cielo nero di piombo. A volte sono meno profonde le distanze immense contro solchi incolmabili che separano anche a pochi centimetri. Sentiamo così vicine persone in realtà lontanissime mentre non raggiungiamo mai chi ci sta accanto. L’era moderna con le sue scoperte ed innovazioni tecnologiche abbatte le distanze, possiamo raggiungere ogni angolo di mondo, sentirci, scriverci, vederci. Eppure, mai come ora, le persone si stanno allontanando. C’è meno condivisione. Meno affiatamento. I sentimenti sono fogli di cristallo sotto la pioggia di sassi degli eventi. Del tempo che non è mai abbastanza. Di giornate piene di impegni, ma vuote. Presto andremo sulla luna, o su marte, ma dovremo vivere da soli, incapaci di abbattere le nostre distanze. Alla fine siamo soli. O lo saremo presto. Finché ci ostiniamo a scavarci intorno trincee per la nostra sicurezza, per la nostra realizzazione, per noi. Distanze. Muri insormontabili o futili pretesti. La scusa per tacere o l’occasione per tradire. La scia di un aereo al limite del cielo o il respiro a fianco, nel letto. Un tarlo che scava insistente nelle viscere o un auto che sfreccia nella notte. L'ultimo accenno di un rumore lontano. L'eco che, diligente, ripete ogni suono. Il fruscio di fondo di un'interurbana. L'immagine sgranata ripetuta dal satellite. Un lampo che annuncia un temporale...O tu, che ti ostini, a far finta di niente.
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mercoledì, agosto 15, 2007 A BOCCA APERTA
I sassi scricchiolano sotto la suola spessa degli scarponi. Ad ogni passo, il loro rumore smorzato, interrompe questo silenzio perfetto. Rumore che si fa appena accennato quando foglie, terra ed aghi di pino accompagnano il lento incedere. Il vento fischia scivolando tra le fronde degli alberi mentre sottili ritagli di sole si fanno strada nel fitto del bosco, con lingue di luce che leccano i tronchi e la terra. Una dimenticata sensazione d’immobilità mi avvolge e mi circonda. Una pace quieta e trionfante aleggia ovunque. Il verde e l’azzurro, nelle sue infinite sfumature, mi annegano gli occhi, sommergendo i colori freddi della memoria. Le stringhe dello zaino mi segnano le spalle di piacevole sofferenza. Come una medicina amara che però fa bene. Come il dolce sapore della conquista bagnata di sudore. E non c’è altro di cui preoccuparsi, non ci sono altre incombenze, se non il mantenere il passo regolare e razionare l’acqua nella borraccia. Al massimo potrebbe sorprendermi un temporale estivo, ma la prospettiva di bagnarmi non mi sembra poi tanto terribile. Sono solo. Con la montagna. Le mie gambe l’unica risorsa, il moschettone che abbraccia un filo d’acciaio l’unica salvezza, la vetta l’unica meta. Perché sembra che siamo capaci di prendere coscienza della nostra essenza soltanto nelle situazioni al limite. Ascendere alla vita, tra rischi e fatica, è ben diverso che raggiungere la cima per vie tranquille e riposati. Sembra che con il sudore e la paura ci si liberi gli occhi dalle nubi del dubbio e dell’incertezza. Tutto è più nitido, come i profili delle vette disegnati dal sole al tramonto. Uno scoiattolo scompare rapido tra i rami più alti. Un rifugio isolato di sasso e legno, offre ristoro e calore, nel camino sempre acceso, in un panino e un bicchiere di vino rosso. Gli alberi si diradano, diventano cespugli tra le rocce, che prendono il sopravvento del panorama. In guglie piramidali protese verso il cielo o in strette gole e crepacci che sprofondano al centro della terra. Un falco traccia cerchi in volo e plana silenzioso. I passi si susseguono. Sempre più su, oltre le nubi, fino alla fine della terra. Fino alla vetta, assaporando il sapore dolce della conquista, con lo sguardo che si perde tra le cime che spuntano dal mare bianco delle nuvole. Più vicini al sole, all’ombra della croce di ferro. Credo che l’immenso fascino che la montagna trasmette risieda nell’essenza stessa che l’avvolge, e che ci manca. La cerchiamo nel vano tentativo di impossessarci, fosse pure per un attimo, di quello di cui abbiamo infinitamente bisogno. Perché non siamo roccia, non siamo silenzio, non siamo pace. Non sappiamo trovare il tanto nelle cose semplici. Non siamo, e non saremo mai, puri. Così ci meravigliamo nel trovarci di fronte quello che vorremmo, quello che ci serve, in tanta stupenda maestosità, e non ci resta che far finta di non rendercene conto, rimanendo imbambolati, a bocca aperta. postato da brainstorm |
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martedì, luglio 24, 2007 STELLA CADENTE
La tristezza quasi mi illude di allentare il suo morso, per rotolare giù dalle pendici buie di questa collina, lacerandosi tra rami e cespugli, fino ad annegare nel velato mare di calura che riveste la pianura. Per sempre. Le luci della città galleggiano lente oltre quella cortina, testimoni delle ore di quotidianità che non si arrendono ma continuano a passare, come ceri di un immenso cimitero che accoglie le spoglie della terra. Il chiarore puro e mai banale di un gregge di stelle radunate ed obbedienti attorno alla nuova luna, perfora e vince la corazza più esterna del buio di nostra signora la notte. Gli altri strati, più fitti ed impenetrabili, si insinuano tra le fronde, nel profondo del bosco, tra le rocce più lontane, come se fosse piovuto petrolio da un cielo spento. L’erba è fresca sotto i piedi, i sassi, ruvidi ma piacevoli, frammenti disordinati che indicano la direzione verso nessuna meta. Verso l’ignoto di questa stessa, inebriante, illusione. Siamo stati vicini. Lo siamo ancora. Eppure, paradossalmente, non siamo mai stati così lontani. Il silenzio fa il rumore assordante delle parole che mi taci. Del tuo girarmi le spalle. Del tuo sonno tranquillo. Sgombro di malessere, di paura. E’ svanito l’odore dei nostri corpi da cercare con impazienza, le risate che squassavano la notte, la pelle. Sentimenti, emozioni, desideri, giacciono inchiodati al muro dell’indifferenza. Appesi, in fila, nelle pareti di una stanza che non c’è, come fantasmi che vagano nel labirinto senza fine dei ricordi. Dove affiorano, ogni tanto, e non sai se sia qualcosa di vero, o un ennesimo scherzo della fantasia. Gli sguardi fuggono, disperati, in cerca di qualcos’altro da guardare, le mani riposano in un’amnesia di carezze, racimoli il maggior tempo possibile da gettare nella parentesi della lontananza. Sembra quasi impossibile, ora, come siamo stati vicini. E come lo siamo ancora. Senza un perché, o senza che valga la pena cercarlo. A contare i momenti che sarebbero potuti essere, ma che il tempo non è stato ad aspettare. A sopportare questo peso insopportabile, che schiaccia lo sterno contro la colonna vertebrale, spappolando il cuore. In un rigurgito acido e amaro da deglutire. Troppo amaro. Accendo una sigaretta per tre minuti che potrebbero essere colpevoli, o, in ogni caso, potrebbero esserlo. Sarà sempre e comunque morte. L’unica certezza che non mi volterà le spalle. Mai. E le somiglia così tanto questo abbraccio. Anche i grilli hanno smesso il loro canto, le cicale il loro frinire. Il fumo corre in alto seguendo un’incerta scia mentre una stella cadente squarcia il buio. Altrettanto repentina, si fa strada, la sensazione che anche lei, alla fine, non può nulla. Inutile chiedere. Anche lei è morta. Spenta e vuota, in quell’unica certezza. postato da brainstorm |
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sabato, giugno 30, 2007 RESET
Forse mi serve solo non aver niente da fare. Poter concedere il trascorrere delle ore con indifferenza e disinteresse. Come se non fosse tempo mio quello che mi scivola alle spalle, come una foglia d’autunno, senza possibilità di essere raccolto. Riciclato. Forse è proprio di questo che ho bisogno. Di svegliarmi senza sveglia. Senza programmi, senza cumuli di faccende assolutamente da sbrigare entro un tempo rigorosamente da rispettare. Senza correre dietro a scadenze ed impegni, all’appuntamento con le quali, si giunge immancabilmente in ritardo. Senza fiato nel collo. Credo che lascerò a casa l’orologio. Il telefonino. Le mille stronzate che mi intasano la mente. Non voglio fare programmi, me lo sono ripromesso, ma so già che cercherò il silenzio. Un silenzio così raro ormai nel copione dei miei giorni. Un silenzio disteso come un foglio bianco su cui scrivere nuove fantasie. Un silenzio incredibilmente immobile. Cercherò il profumo del mare, inebriante e leggero, che si mescola a quello di resina pregno della frescura della pineta. Cercherò un libro da leggere seduto nel bagnasciuga, con le pagine smosse dall’immancabile brezza, e le parole da bere piano. Da sorseggiare. Da gustare. Ci sarà il sole che si lascerà guardare dal levante della sua origine fino alla sua notte, a ponente. Ci saranno gli scogli, denti di terra spalancati sull’azzurro dell’acqua, ad attendermi. Ci sarà il tavolino bianco di un bar sotto un tetto di paglia intrecciata. Ci sarà la salsedine aggrappata alla mia pelle a ricordarmi il sapore salato del mare. Forse mi basta solo questo. Lasciare qui tutto tranne l’indispensabile. Staccare ogni filo che ho intrecciato in mesi di lavoro, contatti, routine. Vedere poche facce nuove o non vedere nessuno. Dimenticare le case ai lati della strada che percorro ogni giorno, le scale di casa mia, il volante della mia auto o l’erba del mio giardino. E dentro questo nuovo silenzio sono sicuro che torneranno a galla solo le cose a cui tengo veramente. Quelle di cui non saprò fare a meno. Mai. Saprò cosa può sprofondare fino ad arenarsi nella sabbia melmosa del fondo, e a cosa invece tendere la mano. Reset. Una parte di vita salvata in un file eterno e un’altra parte gettata in un cestino di una terra lontana. Una birra fresca su quel tavolino bianco…forse mi serve solo questo. postato da brainstorm |
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