ancoraungiro

venerdì, maggio 02, 2008

GIRO DI RUOTA

Nascosto tra le foglie delle piante dietro casa, un cuculo libera il suo verso che ondeggia nell’aria tiepida della sera. Tiepida, finalmente. Come racconta la tradizione quel canto annuncia la fine del freddo. L’affacciarsi della bella stagione. Come lo racconta il sole caldo, l’esplosione di verde nei campi e una farfalla bianca che danza leggera tra i boccioli di rosa. La maiolica della stufa è così insolitamente fredda al tatto, orfana della fiamma che i ceppi quotidianamente le regalavano. I cappotti girano e girano nel vortice bagnato della lavanderia. Si sta quietando anche quel fastidioso ed insistente mal di gola che non mi dava tregua. E i resti dell’inverno giacciono sotto la terra del ieri. Senza una croce. Senza fiori. Pronti a risorgere appena tornerà la loro ora. In questa ruota che gira e non smette di girare, nell’eterno, vano tentativo di mordersi la coda. E io scorro insieme a lei. Galleggio nei suoi ritmi adattando i tempi e i vestiti. Null’altro. L’asseconderò restando più fuori. Girando i pedali della mia bici. Bevendo il calore e la luce che si allunga nella sera. Bevendo una birra fresca all’aperto. Catturando uno scorcio di paesaggio con la mia Nikon. Alzandomi prima di mezzogiorno. Non posso fare altro che assecondarlo questo eterno giro di ruota. Visto che non posso cambiarlo. Non posso farlo durare di più o non farlo smettere mai. Non posso arrestarlo. O fare finta che non ci sia. Posso solo esserne spettatore. Burattino di questa scenografia scritta dal destino. Uccello di uno stormo che migra in tempo di caccia. Ogni volta un po’ più vecchio. O meno giovane. Ogni volta con gli stessi sogni e sempre con meno possibilità di realizzarli. O con meno tempo per sperarci. Tentando sempre di sopravvivere a tutto finché qualcosa di quel tutto non vincerà. E’ così semplice, alla fine, l’arcano mistero della vita.  D’altra parte si sta così bene fuori stasera, l’aria è ferma e silenziosa, si sente il rumore della carta della sigaretta che arde mentre aspiro e non fa per niente freddo. Vedo le stelle quando alzo il fondo della bottiglia verso il cielo. Si sta così bene, stasera, da dimenticare tutto. O da pensarci troppo.    

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sabato, marzo 29, 2008

“…non si può fare quello che si vuole

non si può spingere solo l’acceleratore

guarda un po’, “ci si deve accontentare”

qui si può solo perdere

e alla fine non si perde neanche più.”

 

STRADA VISSUTA

 

Forse è proprio così. Alla fine non siamo che pulviscolo dell’universo. Una frazione di secondo nella corsa del tempo. Un granello di sabbia perso nel deserto. Non sono che un’infinitesimale essere vivente disperso nel vortice dell’immensità della vita stessa. Una parentesi. Condannato a morire quando inizia a vivere. Torturato oltremodo dalla capacità emozionale di cui sono stato sadicamente provvisto. Cosicché possa sognare, illudermi, sperare. Ridere,accarezzare, piangere. Immaginare, emozionarmi, credere ed innamorarmi. Arrampicarmi in tutte queste sensazioni destinate immancabilmente a crollare. Come tanti invisibili spilli che piovono dal cielo e mi si conficcano nella carne. Aggiungendo dolore al dolore. Come pioggia che si confonde nel mare. Eppure impotente. Cosciente di non saperne fare a meno. Succube di questa droga che mi dilania nella sua astinenza. Probabilmente è proprio così. Galleggio nei giorni alla ricerca disperata della felicità, una felicità solo immaginata, sognata, sperata. Ma mai realmente provata. Come se non fosse mai abbastanza per le mie illusioni. E mentre mi affanno guardando in ogni direzione non mi accorgo del tempo concesso che si consuma. Si scioglie in fango come neve al sole. Come cera di candela. Come l’ennesima sigaretta. Forse la consolazione sta nella tragedia stessa. Forse è proprio nell’illudersi che risiede la gioia. Nel perdersi tra le trame di un sogno che sgorga la felicità. Forse è proprio il tempo trascorso ad occhi chiusi quello meno sprecato. Quello che ha un senso. Se non posso aggiungere tempo non mi resta che aggiungere godimento al tempo che ho. La grande madre con la falce attende oltre l’angolo. Lasciatemi camminare ad occhi chiusi illudendo ogni istante, ascoltando il battito del cuore in gola e il vento in faccia. Perché voglio che sia vissuta la strada che mi lascio alle spalle, prima di svoltare quell’angolo.

 

“ E adesso che sono arrivato fin qui grazie ai miei sogni

che cosa me ne faccio della realtà.

Adesso che non ho più le mie illusioni

che cosa me ne frega della verità.

Adesso che ho capito come va il mondo

che cosa me ne faccio della sincerità.

E adesso tocca a me…”  

  

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venerdì, marzo 07, 2008

NON CI SEI

Questo vento che mi sferza il viso scende da nord, freddo, pungente, e pregno dell’inconfondibile profumo della neve. Spazza il cielo restituendo tono al suo azzurro. Stacca le ultime foglie morte da rami che già si preparano a nuova vita, covando germogli al caldo della linfa che dentro vi scorre. Una carta appallottolata rotola sul ciglio dell’asfalto, tra la polvere, inseguita dallo sguardo curioso di un cane oltre la rete. E io sono qui, che mi trascino in questa scenografia di fine inverno. Sono qui a sopportare la tua assenza. Come ogni volta che non ci sei. E manchi in questi giorni secchi ed assetati. In questo letto troppo grande e ben rifatto. In queste sere tenute in vita da una televisione dove non fanno mai niente. Tra queste quattro mura che rimbombano di silenzio. Non mi va di alzarmi. Non mi va di uscire. Lo sguardo rimane appeso sempre alla solita porzione di soffitto, come a cercare una nuova trama. Il desiderio trabocca oltre l’orlo del sopportabile, cola nelle ruvide pareti dell’attesa, e si raccoglie nel lago fermo dell’impotenza. Perché solo tu sapresti ridare vita all’onda. Solo tu potresti berne l’eccesso fino a svuotarmi. Solo tu, se ci fossi, sapresti quietare questa bestia che mi si dimena nel petto. Sento che, piuttosto di mai, mi basterebbe adesso. Magari un istante. Il tempo di un respiro. Il tempo che impiega il lampo per brillare nel cielo. Una goccia di pioggia per raggiungere la terra. Il tempo necessario ad un battito di ciglia. So che potrebbe bastare. Ma non ci sei. Se non tra i miei pensieri. O nascosta tra i ricordi. Le tue mani che mi cercano, la tua pelle, i tuoi sospiri. Proiettati migliaia di volte in quella porzione di soffitto. Come un film che non ci si stanca mai di rivedere. Di cui so a memoria ogni battuta. E intanto fuori tutto continua. Oltre il vetro. Rumore di automobili che passano. Il soffio del vento. Giorno che si fa notte percorrendo le infinite tonalità del crepuscolo. Luci di lampioni che prendono vita. La porta del vicino che sbatte. E io sono qui. Ma tu non ci sei.  

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venerdì, febbraio 15, 2008

IL MIO POSTO

 

"Just as you take my hand

just as you write my number down

just as the drinks arrive

just as they play your favourite song …

Before you run away from me

before you’re lost between the notes

the beat goes round and round

come on and let it out, come on and let it out”

 

jigsaw falling into place  RADIOHEAD

 

Il mio posto. Un'immensa distesa di cielo adagiato sulla terra. La stessa enorme quercia spogliata dal gelo dell’inverno. Il profilo lontano dell’unica casa visibile reso incerto dalla foschia. L’incessante rincorrersi dell’acqua tra i ciottoli nel fondo del ruscello. L’aria libera di scorrazzare senza ostacoli, di spazzare la terra dalle foglie morte, di spingere il fumo di quel camino lontano ancora più in alto. Lo stesso posto. Sempre uguale eppure così diverso. Con il sole giallo che nuota nell’azzurro del cielo o con grigie nubi che sopprimono la luce del giorno. Con il verde che esplode nella terra e tra i rami o con il colore spoglio e monotonale della terra resa arida dal morso del freddo. Con il tiepido soffio della brezza che sa accarezzare o con il pungente graffio del vento di gennaio. Lo stesso posto. Lo stesso silenzio. A cui concedere una sosta. A cui regalare i propri pensieri. Terra capace di assorbire le lacrime. Acqua che sa riflettere un sorriso. Solitudine che presta l’orecchio alle mie più intime parole. Scrigno di segreti ed intenti. Lo stesso sasso dove sedermi per sguinzagliare lo sguardo. La prima volta che mi sono fermato sanguinavo. Di quelle ferite che la gioventù fa sembrare inguaribili. Lo strazio galleggiava nell’aria diluendosi nella sua vastità. Il sangue colava in lacrime sulla terra che, paziente, lo assorbiva. Il dolore si frantumava nella stessa roccia che mi accoglieva. Il soffio del vento coagulava la breccia. I rami della quercia sembravano invitarmi ad un abbraccio. E, andandomene, nuova pelle intrecciava la sua cicatrice. Da allora non ho smesso di tornarci. Di sentirne il richiamo. Per poter chiedere o per sentire risposte. Per dire grazie. Per raccontare. Per piangere. Perché quel posto è il mio posto. E’ stato lui a trovarmi. Mi giunge l’abbaiare lontano di un cucciolo festoso. Seguo il volo irregolare di un uccello che gioca planando leggero. Poi, quando tutto si ferma ad ascoltare, posso iniziare a raccontarmi. 

 

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domenica, gennaio 20, 2008

PIOVE DENTRO

 

Ci sono giorni in cui la solitudine lievita fino a riempire l’ultimo spiffero di pensiero. S’insinua maligna tra le intercapedini della quotidianità. Vegeta nella fredda immobilità di un inverno difficile da scaldare. Capita nei primi vagiti di un nuovo anno. Negli strascichi di quello appena cessato. Succede. E, nella sua lenta e monotona melodia, avvinghia le membra e la mente tessendo la sua invisibile ragnatela. Vaghi nei giorni, attraversandoli quasi come se fosse un obbligo, tagliando quella nebbia fitta che non si dissolve. L’umidità penetra bagnando le carni, fino ad impregnare le ossa. Un cielo grigio che ha scordato i raggi del sole. Una terra gelida e sterile, spogliata di ogni suo colore. Un mare piatto, nero, dove manca perfino il naturale moto dell’onda. Intanto il silenzio ti avvolge, ti copre, ti conduce nei suoi muti labirinti. Un bar. Luci, voci e alcol per divincolarsi da quella morsa. Per fuggire il ferro ghiacciato della canna della pistola. Altre solitudini messe in fila lungo il banco o sparpagliate, una per tavolo, nell’angolo più buio del locale. La pallina di un flipper rumoreggia ed illumina la parete mentre una voce metallica incita il solitario giocatore. Ma già basta per spogliarsi di quel grigio sudario. O ne ha la parvenza. Il Jack Daniels brucia in gola e tempra il corpo, le altre solitudini sparse nella stessa stanza si affannano per consolare la mia. Nevermind dei Nirvana, liberato dalle casse impolverate, veste l’aria fumosa della giusta tonalità. Fuori non cessa di piovere, il vetro della finestra, torbido e gocciolante, ne è silente testimone. Quante solitudini vagano in quel buio squagliato da luci di vetrine? Quante galleggiano senza timone tra quelle pozzanghere di fango? Quante affondano nella melma dell’indifferenza? Egoisticamente mi sento in salvo, con un cenno chiamo la ragazza dietro il banco e ne ordino un altro. Mentre me lo versa osservo i suoi occhi, la mano curata, le spalle scoperte a mostrare fin troppa pelle. La scollatura a lasciare intuire seni morbidi e generosi. Una ciocca di capelli corvini distrattamente appoggiata nella guancia. Me lo porge con un sorriso che ricambio. “Come ti chiami?” “Irene…” Il ghiaccio litiga col calore del distillato mentre scorre dalla gola allo stomaco. In quell’assurda lotta tra acqua e fuoco. Bene e male. Da dietro Irene è ancora meglio. Ogni tanto passa, mi sorride. Mi guarda di sfuggita dall’alta parte del bancone. Dondolo nello sgabello incerto che scricchiola nelle assi di legno del pavimento. Le gocce non cessano di rincorrersi nel vetro. Court Cobain ha ancora voce per grattare le travi del soffitto. Lo sguardo non si stacca dal profilo danzante di Irene. Dallo spacco laterale della sua minigonna. Dal bordo più scuro delle autoreggenti che ammicca. Forse me la scoperò contro le mattonelle bianche del cesso. O semplicemente parleremo ancora un po’. Forse pagherò e me ne andrò all’orario di chiusura soltanto dicendole ciao. In ogni caso, dentro quel bar, c’era un buon motivo per mandare a farsi fottere questa maledetta solitudine. Almeno fino a domani. E piove.   

   

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domenica, dicembre 23, 2007

CERCO NATALE

 

Negli ultimi, ostinati, avanzi di neve gelata che sonnecchiano adagiati alle tegole dei tetti, in un ripido ed ondeggiante manto. Negli angoli dimenticati dal poco sole di queste giornate troppo brevi. Nel passo silenzioso ed attento di un gatto curioso che si sofferma, ad annusare quell’inatteso regalo del cielo. Nella fuga intimorita di un corvo, nero come la cenere dei camini, che abbandona la sua paziente ricerca di foglie e ramaglie secche per rinforzare il nido. Per scaldarlo. Cerco Natale. Nel tronco dell’ulivo che si scalda imbottito di paglia da mani premurose, al riparo dalla rigidità delle eterne notti invernali. Nei nudi e spogli rami del melograno che danzano insieme a quelli del nocciolo e dell’acero. In quella foglia solitaria che ondeggia aggrappata a quello che era il suo ramo, con un’invisibile filo di ragnatela. Di speranza. Nelle altre, cadute da tempo, che sbirciano il cielo grigio da sotto quel che resta della neve. Come bambini giocosi che occhieggiano le stelle nascosti al caldo delle loro coperte. Aspettando Natale. Nei ceppi di faggio che ardono scoppiettanti nella stufa, nelle lingue di fuoco incandescenti che anneriscono i mattoni refrattari e scaldano con pazienza il freddo intorno. Gli occhi non si staccano dallo spettacolo del fuoco, e il corpo piacevolmente li asseconda. Senza muoversi da lì. Anche a Natale. E’ il destino ostinato con cui convivo. Nonostante un treno che passa ancora, io sono qui che lo aspetto. Disperso nelle mie periferie. Semplicemente. Semplice come la voce del mio anziano vicino che mi chiama dal campo, ed eccolo là con la solita camicia a quadri degli altri giorni, gli stessi pantaloni scoloriti, le gote rosse e i capelli grigi arruffati. E una bottiglia del suo merlot per me. Per augurarmi buon Natale. Lo ringrazio commosso. E cerco quel Natale in un giorno come gli altri. Nel dolce sapore della consuetudine. Dove non c’è confusione, non giungono luci, non compare carta da pacchi né fiocchi colorati. Qui, lontano da strade affollate e volti semisconosciuti con le loro bugie. Sarò qui quella notte. Come tante altre. A cercare qualcosa gettando qualche altro ceppo di faggio nel camino. Con, a fianco, la bottiglia di merlot, a guardare il fuoco ascoltando il vento. Ad attendere di sentire qualcuno che bussa alla porta, intirizzito dal freddo, nel suo vestito di panno rosso, la barba bianca e un grande sacco legato con lo spago. E scoprire cosa mi ha portato, con un sorriso, mentre lui si scalda davanti al fuoco con un buon bicchiere di merlot.

 

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mercoledì, novembre 28, 2007

NUBI

 

“Chi ama l’amore,

chi ruba, chi lotta, chi ha fatto la spia,

chi legge la mano,

chi prende sessanta, chi arriva agli ottanta,

chi è morto d’invidia,

chi ha torto o ragione,

chi ha vinto, chi ha perso,

chi è morto di figa o di gelosia,

ma il cielo è sempre più blu

ma il cielo è sempre più blu”

  

Sempre. O di solito… Nubi, addensate in cupi e grigi cumuli, si accavallano nel cielo celando o trattenendo la luce del sole. Sgranando il suo bel blu in un bianco sporco monotonale. Senza contrasti. Senza brillantezza. Senza uccelli. Quelle stesse nuvole galleggiano sonnolente, sospese e leggere, aggrappate al medesimo silenzio che le avvolge. E le ore del giorno sfilano agghindate con vesti di colore sempre uguale. La musica rimbalza nelle pareti rincorrendosi per tutta la stanza. Cercando di illudermi che, fuori, il cielo sia ancora blu. A volte è sufficiente illudersi. A volte basta. Altre, come questa, la tenda scostata della finestra, ne impedisce perfino la gestazione dell’idea. Non basta. Neanche la bottiglia, distesa su un fianco sul tappeto, è bastata. Se non ad inaridirmi la bocca. E gli occhi. A far volare i ricordi. A mostrarmi immagini sfocate, ma abbastanza distinte da slabbrare vecchie ferite. Rino continua a cantare, anche lui ferito, anche lui illuso. O fin troppo saggio. Ma anche lui con la sua bottiglia. Fredda. Dura. Come la canna della pistola sulla fronte del maiale grasso. Lo sguardo spaventato, un grugnito, poi lo sparo e il silenzio. Interrotto solo dallo scoppiettio di alcuni ceppi infuocati in un angolo del cortile. L’animale trascinato a fatica nella terra e, a braccia, appeso a testa in giù. Lo scricchiolio sinistro del legno dell’improvvisato patibolo. Un taglio netto e preciso alle carotidi, e il sangue che gocciola nella terra a formare un fango amaranto. Il cane, curioso per sua natura, che annusa quel gocciolio incessante. E poi il rosso vivace della carne appena morta che contrasta col legno scuro del tavolaccio addossato ad una parete della casa. Dentro l’acqua ribolle sul grosso pentolone. Le voci degli attori si fanno più alte per cancellare il requiem di quel mattatoio. In un angolo altre bottiglie. Di vino rosso giovane. E i bicchieri mezzi pieni appoggiati distrattamente. Sopra quell’assassinio un cielo sempre più grigio. Imbevuto di tristezza come una spugna. Pregno di dolore. La musica cessa. Anche qui. O, forse, non smetterà più.

 

“ chi mi dice ti amo,

ma togli il cane, escluso il cane,

tutti gli altri son cattivi, pressoché poco disponibili,

miscredenti e ortodossi, di aforismi perduti nel nulla.

Chi mi dice ti amo,

se togli il cane, escluso il cane,

non rimane che gente assurda, con le loro facili soluzioni,

nei loro occhi c’è un cannone,

e un elisir di riflessione.

E tu non torni qui da me,

perché non torni più da me? “  

  

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mercoledì, ottobre 31, 2007

OGNISSANTI

Scuri rami d’albero, spogli del primo freddo, si allungano come braccia protese verso il cielo buio. Immobili, recitano la loro muta preghiera alla notte, in una litania di silenzio. Neri corvi, con lo sguardo giallo rivolto alla luna, si muovono leggeri beccando tra le foglie secche in cerca di qualcosa da inghiottire. E un sottile velo di rugiada veste tutto di un argento che luccica timidamente. Anche la terra chiede perdono. Anche la terra implora i suoi santi. Lavata da tutti i suoi peccati si concede alla notte, in ginocchio, con capo chino, per accogliere la mano del destino. Mille fiammelle rosse fanno ondeggiare lingue di luce dondolanti sul marmo delle lapidi e dei loculi. Negli altri giorni inghiottiti da buio e solitudine. Fiori, processioni timide e lente conducono i loro passi nel selciato polveroso di ogni cimitero. Ancora fiori, cappotti e sciarpe che non scaldano il freddo dentro. Fiori che nascondono la tristezza di questa menzogna. Notte magica. Di spiriti inquieti che danzano e vegliano le ore sospese tra ottobre e novembre. Senza vento. Senza fruscii di foglie secche calpestate. Senza ombra. Inconsistenti essenze mescolate all’aria umida e pesante. Sfiorano i luoghi del loro passaggio con aloni d’umidità condensata in minuscole gocce. Che colano nei fili d’erba, nei muri ricoperti dall’edera, nelle croci. Nelle strade, ai bordi del fiume e sull’insegna di un bar. Nel profilo di una zucca arancione che, ghignante, dissacra questo momento. Esco ad accogliere queste lacrime che bruciano sulla pelle. Non fa molto freddo e tutto sembra fermo. Lascio alle ultime case le grida scherzose di un gruppo di bambini mascherati che non si stancano di ripetere la solita domanda: “dolcetto o scherzetto?” M’inoltro nello scuro silenzio della campagna a fare la mia parte. A pronunciare le mie implorazioni sottovoce. Recitando, disperato, il rosario dei miei desideri. Una stella mi guida. Le scarpe scivolano incerte nell’erba bagnata. Ma non mi fermo. Il verso acuto di una civetta mi fa compagnia. Insieme a quell’aria che mi avvolge e mi scalda, mentre ascolta parole che non pronuncio. Soffocate nella nebbia spessa che sale dall’inferno ed ingaggia la sua battaglia con l’aria tersa degli angeli. E rimango sospeso in quell’incertezza ad attendere la mia condanna.  

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sabato, ottobre 06, 2007

FALENA

Il tempo che ci separa si dilata nei giorni che si sfogliano come un mazzo di tarocchi gettati distrattamente sul tavolo. Scomposti. Inutili. Senza senso. Eppure nessuno di quei giorni ha saputo morire senza che le gocce del tuo ricordo ne bagnassero almeno un istante. Senza che il tuo profumo ne pregnasse l’aria. Senza il distendersi della tua ombra nella luce incerta della sera. Nessuno di quei sogni, in fondo, ha trovato il coraggio di rassegnarsi. Le sensazioni rubate a quello che è stato il nostro presente colano in pozzanghere, in cui si specchiano i tuoi occhi e le tue labbra, in riflessi beffardi. Piscio su di una falena caduta nel fondo del Water, che sbatte le ali e freme, ostinata nella sua resistenza. Che non vuole saperne di desistere. Di lasciarsi morire. Neanche lo scroscio dello sciacquone, con l’impeto del suo getto, riesce a portarsi via quelle ali che vibrano per tenersi a galla, tra piscio e ceramica. Così respira ancora l’embrione della nostra passione, quasi a voler recriminare il diritto a chiamarsi amore. Come se volesse dimostrare al tempo che sta perdendo la sua battaglia. Resistendo alla corrente dell’acqua che non cessa di scorrere sotto i ponti delle nostre vite. Respirano ancora l’incontro delle nostre labbra, i nostri sguardi sospesi sul baratro dell’incertezza, le nostre mani che si stringono per allentare la morsa della paura. Del desiderio. Vibrano ancora le nostre parole sussurrate piano, il nostro segreto custodito con cura in un cuore gonfio di emozione, il nostro cercarci. La nostra pelle nella fremente attesa delle nostre mani. Proprio come bruciano ancora le ferite aperte, i silenzi pieni di promesse non mantenute, di scelte titubanti che diventano gelide lame conficcate nella carne. Dolgono ancora i colpi sull’anima, come mazzate violente, da cui sgorgano le emozioni uccise prima che fosse troppo tardi. Un attimo prima che vincessero. In un tranello vigliacco che non ci si aspetta. Tutto questo lascia le impronte di qualcosa che il vento non sa cancellare. E che ho imparato a custodire. In una stanza ben nascosta, ma assolata. Arredata con gusto, con tante foto alle pareti e un buon profumo nell’aria. Per poterne aprire i battenti dell’unica finestra, ogni volta che ne ho bisogno, che ne ho voglia, ed illudermi ancora una volta che ci sarai ancora. Come non mi stancherò mai di fare. Nonostante tutto. Esattamente come quella falena che non cessa di sbattere le sue ali bagnate, sicura di giungere, prima o poi, a vedere il mare.

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giovedì, settembre 13, 2007

DISTANZE

  

La sabbia uniforme e monocromatica che veste un deserto, sempre oltre il limite massimo concesso all’occhio umano. Un mare piatto ed immenso dove non ci è dato di vedere altra sponda. Uno scorcio di cielo pennellato di blu fin oltre l’ultimo orizzonte. Stereotipi che è facile accostare al concetto di distanza. Come la luna che si mostra, velata o piena, con le sue allusioni, tanto che ci si illude di poterla toccare con un dito. Quando sappiamo benissimo che mai quel dito riuscirà in tale impresa. Distanze. Dal sapore amaro dell’assenza. Distanze. Onde incessanti che tengono a galla i ricordi. Punte di spillo conficcate nella carne del desiderio. La tenda scostata e lo sguardo che si perde oltre il vetro della finestra, zigzagando tra le gocce di una pioggia che non cessa, sotto un cielo nero di piombo. A volte sono meno profonde le distanze immense contro solchi incolmabili che separano anche a pochi centimetri. Sentiamo così vicine persone in realtà lontanissime mentre non raggiungiamo mai chi ci sta accanto. L’era moderna con le sue scoperte ed innovazioni tecnologiche abbatte le distanze, possiamo raggiungere ogni angolo di mondo, sentirci, scriverci, vederci. Eppure, mai come ora, le persone si stanno allontanando. C’è meno condivisione. Meno affiatamento. I sentimenti sono fogli di cristallo sotto la pioggia di sassi degli eventi. Del tempo che non è mai abbastanza. Di giornate piene di impegni, ma vuote. Presto andremo sulla luna, o su marte, ma dovremo vivere da soli, incapaci di abbattere le nostre distanze. Alla fine siamo soli. O lo saremo presto. Finché ci ostiniamo a scavarci intorno trincee per la nostra sicurezza, per la nostra realizzazione, per noi. Distanze. Muri insormontabili o futili pretesti. La scusa per tacere o l’occasione per tradire. La scia di un aereo al limite del cielo o il respiro a fianco, nel letto. Un tarlo che scava insistente nelle viscere o un auto che sfreccia nella notte. L'ultimo accenno di un rumore lontano. L'eco che, diligente, ripete ogni suono. Il fruscio di fondo di un'interurbana. L'immagine sgranata ripetuta dal satellite. Un lampo che annuncia un temporale...O tu, che ti ostini, a far finta di niente.

 

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mercoledì, agosto 15, 2007

A BOCCA APERTA

 

I sassi scricchiolano sotto la suola spessa degli scarponi. Ad ogni passo, il loro rumore smorzato, interrompe questo silenzio perfetto. Rumore che si fa appena accennato quando foglie, terra ed aghi di pino accompagnano il lento incedere. Il vento fischia scivolando tra le fronde degli alberi mentre sottili ritagli di sole si fanno strada nel fitto del bosco, con lingue di luce che leccano i tronchi e la terra. Una dimenticata sensazione d’immobilità mi avvolge e mi circonda. Una pace quieta e trionfante aleggia ovunque. Il verde e l’azzurro, nelle sue infinite sfumature, mi annegano gli occhi, sommergendo i colori freddi della memoria. Le stringhe dello zaino mi segnano le spalle di piacevole sofferenza. Come una medicina amara che però fa bene. Come il dolce sapore della conquista bagnata di sudore. E non c’è altro di cui preoccuparsi, non ci sono altre incombenze, se non il mantenere il passo regolare e razionare l’acqua nella borraccia. Al massimo potrebbe sorprendermi un temporale estivo, ma la prospettiva di bagnarmi non mi sembra poi tanto terribile. Sono solo. Con la montagna. Le mie gambe l’unica risorsa, il moschettone che abbraccia un filo d’acciaio l’unica salvezza, la vetta l’unica meta. Perché sembra che siamo capaci di prendere coscienza della nostra essenza soltanto nelle situazioni al limite. Ascendere alla vita, tra rischi e fatica, è ben diverso che raggiungere la cima per vie tranquille e riposati. Sembra che con il sudore e la paura ci si liberi gli occhi dalle nubi del dubbio e dell’incertezza. Tutto è più nitido, come i profili delle vette disegnati dal sole al tramonto. Uno scoiattolo scompare rapido tra i rami più alti. Un rifugio isolato di sasso e legno, offre ristoro e calore, nel camino sempre acceso, in un panino e un bicchiere di vino rosso. Gli alberi si diradano, diventano cespugli tra le rocce, che prendono il sopravvento del panorama. In guglie piramidali protese verso il cielo o in strette gole e crepacci che sprofondano al centro della terra. Un falco traccia cerchi in volo e plana silenzioso. I passi si susseguono. Sempre più su, oltre le nubi, fino alla fine della terra. Fino alla vetta, assaporando il sapore dolce della conquista, con lo sguardo che si perde tra le cime che spuntano dal mare bianco delle nuvole. Più vicini al sole, all’ombra della croce di ferro. Credo che l’immenso fascino che la montagna trasmette risieda nell’essenza stessa che l’avvolge, e che ci manca. La cerchiamo nel vano tentativo di impossessarci, fosse pure per un attimo, di quello di cui abbiamo infinitamente bisogno. Perché non siamo roccia, non siamo silenzio, non siamo pace. Non sappiamo trovare il tanto nelle cose semplici. Non siamo, e non saremo mai, puri. Così ci meravigliamo nel trovarci di fronte quello che vorremmo, quello che ci serve, in tanta stupenda maestosità, e non ci resta che far finta di non rendercene conto, rimanendo imbambolati, a bocca aperta.

 

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martedì, luglio 24, 2007

STELLA CADENTE

 

La tristezza quasi mi illude di allentare il suo morso, per rotolare giù dalle pendici buie di questa collina, lacerandosi tra rami e cespugli, fino ad annegare nel velato mare di calura che riveste la pianura. Per sempre. Le luci della città galleggiano lente oltre quella cortina, testimoni delle ore di quotidianità che non si arrendono ma continuano a passare, come ceri di un immenso cimitero che accoglie le spoglie della terra. Il chiarore puro e mai banale di un gregge di stelle radunate ed obbedienti attorno alla nuova luna, perfora e vince la corazza più esterna del buio di nostra signora la notte. Gli altri strati, più fitti ed impenetrabili, si insinuano tra le fronde, nel profondo del bosco, tra le rocce più lontane, come se fosse piovuto petrolio da un cielo spento. L’erba è fresca sotto i piedi, i sassi, ruvidi ma piacevoli, frammenti disordinati che indicano la direzione verso nessuna meta. Verso l’ignoto di questa stessa, inebriante, illusione. Siamo stati vicini. Lo siamo ancora. Eppure, paradossalmente, non siamo mai stati così lontani. Il silenzio fa il rumore assordante delle parole che mi taci. Del tuo girarmi le spalle. Del tuo sonno tranquillo. Sgombro di malessere, di paura. E’ svanito l’odore dei nostri corpi da cercare con impazienza, le risate che squassavano la notte, la pelle. Sentimenti, emozioni, desideri, giacciono inchiodati al muro dell’indifferenza. Appesi, in fila, nelle pareti di una stanza che non c’è, come fantasmi che vagano nel labirinto senza fine dei ricordi. Dove affiorano, ogni tanto, e non sai se sia qualcosa di vero, o un ennesimo scherzo della fantasia. Gli sguardi fuggono, disperati, in cerca di qualcos’altro da guardare, le mani riposano in un’amnesia di carezze, racimoli il maggior tempo possibile da gettare nella parentesi della lontananza. Sembra quasi impossibile, ora, come siamo stati vicini. E come lo siamo ancora. Senza un perché, o senza che valga la pena cercarlo. A contare i momenti che sarebbero potuti essere, ma che il tempo non è stato ad aspettare. A sopportare questo peso insopportabile, che  schiaccia lo sterno contro la colonna vertebrale, spappolando il cuore. In un rigurgito acido e amaro da deglutire. Troppo amaro. Accendo una sigaretta per tre minuti che potrebbero essere colpevoli, o, in ogni caso, potrebbero esserlo. Sarà sempre e comunque morte. L’unica certezza che non mi volterà le spalle. Mai. E le somiglia così tanto questo abbraccio. Anche i grilli hanno smesso il loro canto, le cicale il loro frinire. Il fumo corre in alto seguendo un’incerta scia mentre una stella cadente squarcia il buio. Altrettanto repentina, si fa strada, la sensazione che anche lei, alla fine, non può nulla. Inutile chiedere. Anche lei è morta. Spenta e vuota, in quell’unica certezza.

 

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sabato, giugno 30, 2007

RESET

 

Forse mi serve solo non aver niente da fare. Poter concedere il trascorrere delle ore con indifferenza e disinteresse. Come se non fosse tempo mio quello che mi scivola alle spalle, come una foglia d’autunno, senza possibilità di essere raccolto. Riciclato. Forse è proprio di questo che ho bisogno. Di svegliarmi senza sveglia. Senza programmi, senza cumuli di faccende assolutamente da sbrigare entro un tempo rigorosamente da rispettare. Senza correre dietro a scadenze ed impegni, all’appuntamento con le quali, si giunge immancabilmente in ritardo. Senza fiato nel collo. Credo che lascerò a casa l’orologio. Il telefonino. Le mille stronzate che mi intasano la mente. Non voglio fare programmi, me lo sono ripromesso, ma so già che cercherò il silenzio. Un silenzio così raro ormai nel copione dei miei giorni. Un silenzio disteso come un foglio bianco su cui scrivere nuove fantasie. Un silenzio incredibilmente immobile. Cercherò il profumo del mare, inebriante e leggero, che si mescola a quello di resina pregno della frescura della pineta. Cercherò un libro da leggere seduto nel bagnasciuga, con le pagine smosse dall’immancabile brezza, e le parole da bere piano. Da sorseggiare. Da gustare. Ci sarà il sole che si lascerà guardare dal levante della sua origine fino alla sua notte, a ponente. Ci saranno gli scogli, denti di terra spalancati sull’azzurro dell’acqua, ad attendermi. Ci sarà il tavolino bianco di un bar sotto un tetto di paglia intrecciata. Ci sarà la salsedine aggrappata alla mia pelle a ricordarmi il sapore salato del mare. Forse mi basta solo questo. Lasciare qui tutto tranne l’indispensabile. Staccare ogni filo che ho intrecciato in mesi di lavoro, contatti, routine. Vedere poche facce nuove o non vedere nessuno. Dimenticare le case ai lati della strada che percorro ogni giorno, le scale di casa mia, il volante della mia auto o l’erba del mio giardino. E dentro questo nuovo silenzio sono sicuro che torneranno a galla solo le cose a cui tengo veramente. Quelle di cui non saprò fare a meno. Mai. Saprò cosa può sprofondare fino ad arenarsi nella sabbia melmosa del fondo, e a cosa invece tendere la mano. Reset. Una parte di vita salvata in un file eterno e un’altra parte gettata in un cestino di una terra lontana. Una birra fresca su quel tavolino bianco…forse mi serve solo questo.

 

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venerdì, giugno 01, 2007

L’INATTESO

 

Lo sapevo. Aspettavo tutto quello che ora scorreva via sotto i miei occhi. E sotto le ruote della mia bicicletta. E che, puntuale, si lasciava trovare. Come un affresco di cui possedevo già lo schizzo, una canzone dal ritmo noto, una foto dal negativo immaginato. Il sole caldo e limpido nuotava con impercettibili bracciate nella volta azzurra. Nel suo mare. Il verde acceso della vegetazione si lasciava stupire da macchie di colorate fioriture sparse a caso. Il sentiero sterrato si snodava silenzioso, circondato da questa cornice, su per il pendio. E i sassi scricchiolavano al passaggio delle ruote, saltando ogni tanto, nell’erba ai lati del tracciato. Un timido ruscello scorreva occupando solo una piccola parte del letto di quello che avrebbe dovuto essere un fiume, ma che stava pagando l’avarizia di questa stagione restia di piogge. Lo aspettavo, tutto quello che mi stava inghiottendo nei suoi prodigi. Questo paesaggio, l’aria sulla faccia, il sudore che evaporava rapido. L’acqua fresca della borraccia, una lepre che fuggiva via tra i cespugli, a un metro da me, spaventata dal mio stesso sopraggiungere, una villa Palladiana incastonata tra le colline. I chilometri che si accumulavano sul display del contachilometri e sulle gambe, la salita, il respiro accelerato dallo sforzo, il canto degli uccelli tra le fronde ombrose del bosco. Aspettavo tutto. Ero qui per questo. Poi la discesa. E giù, riabbracciato dalla pianura, mi sarei fermato per una sosta. Per mangiare qualcosa. Lo sapevo. Era tutto previsto. Non sapevo di quella ferita nell’asfalto, di quella buca a poche centinaia di metri dal riposo, non sapevo che mi stava aspettando. Non me l’aspettavo. Una sottile frazione di secondo e tutto cambia. Nulla è più quello che avevi programmato, cambia il profilo del dopo, si sfuma l’attesa. Il manubrio che gira bruscamente, con uno scatto, disarcionandomi le mani. Il corpo che si stacca dalla sella, senza un saluto, e vola nell’aria calda del primo pomeriggio, per un attimo. E poi l’asfalto. Un dolore acuto e breve subito sostituito da un bruciore insopportabile. Le carni si lacerano sfregando il catrame duro e grigio. Lo stridio del telaio e dei pedali si fa quasi assordante. E poi, il momento dell’immobilità e del silenzio totale, lascia spazio alla paura e allo stupore. Il cuore batte all’impazzata, il sangue sgorga rosso e vivo tra carne bianca, sassi, brandelli di tessuto e polvere, le mani tremano. Non lo sapevo. Non me l’aspettavo. Basta un attimo per cancellare tutto quello che si sa. Per venire scaraventati nei meandri dell’ignoto, del dolore, dell’inatteso. Può veramente essere sufficiente un attimo…anche per morire.

     

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lunedì, aprile 30, 2007

SENZA SANGUE

 

Le scarpe ed i calzini giacciono distesi nell’erba a qualche metro da me. Accessori divenuti improvvisamente inutili nella brezza tiepida di questa strana sera. I piedi nudi si crogiolano affondando nella sabbia fresca ed umida. I jeans arrotolati si salvano e testimoniano di un’estate in anticipo sui tempi. Ma quale tempo. Questo non è più il mio tempo. Siamo cavie in balia delle conseguenze. Animali da laboratorio che mostrano i segni e le cicatrici del mondo che cambia. Questa palla impazzita ed offesa dalle stesse mani di chi ospita ed accoglie. Coperta di scorie, di gas di scarico e di liquame. Sommersa dai prodotti di scarto dell’affannosa corsa alla produzione. Alla ricchezza. Al potere. E il cielo non ha più lacrime per questa terra assetata di pianto. I germogli soccombono. Le zolle si allontanano divise da ferite secche e profonde. Senza sangue. Eppure, stasera, questo piccolo angolo di terra sembra immune a questi insulti. Indenne. Vergine. Il silenzio è rotto solo dalla dolce cantilena delle onde che si distendono a riva, lente e regolari. L’aria tiepida odora di salsedine. Si è fatta invisibile la linea dell’orizzonte che divide il cielo dal mare, se non fosse per le stelle, immobili nella scura volta e tremanti nello specchio d’acqua che le riflette. Nessun rumore disturba questa quiete irreale. Non un motore, non una sirena di qualche nave in lontananza, neppure il grido di un gabbiano. Solo il mare che si allunga e si ritrae in questa porzione di spiaggia. Il mare perennemente indeciso tra il prendere e il lasciare andare. Che si trasforma in una carezza senza fine al suo amato bagnasciuga. Amante fedele. Senza catene. Chissà domani quanti passi calpesteranno il capolavoro di quelle carezze. Quante voci, suoni, grida spezzeranno la magia di questo quasi silenzio. Si ridisegnerà il confine tra cielo e mare. Quanta luce trafiggerà la magia del buio. Forse è proprio vero che niente è quello che sembra. Nulla è per sempre quello che è. Tutto cambia e ci appare diverso. A volte impiega degli anni, altre volte giorni. Talvolta basta un istante. Ora lasciatemi qui con i piedi nudi nella sabbia umida. A finire la mia bottiglia. A fumarmi un’altra sigaretta. Mentre, in questo quasi silenzio, il mare mi sussurra i suoi più intimi segreti, con le onde. Lasciate che per questa sera la realtà sia questa. Come se non dovesse cambiare mai. Lasciatemi disteso in questa sdraio appicicaticcia ad ascoltare cos’ha da raccontarmi il mare. Ad addormentarmi. Inutile come le scarpe ed i calzini abbandonati nell’erba a qualche metro da me. O come questa bottiglia vuota.

 

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giovedì, aprile 12, 2007

QUELLO CHE HO

 

Stasera questo è tutto quello che ho. Quello che mi resta e che deve bastare. Le luci basse sopra al banco lucido, il barista con pizzetto e maglietta gialla che pulisce la macchina del caffè e quattro note stonate che rimbalzano nelle pareti a volume troppo basso. Sembra quasi che vengano da fuori. Che qualcuno stia strimpellando nel marciapiede davanti al locale. Questo tavolino quadrato unto e una sedia di paglia. Una birra rossa media finché non finisce. E poi, eventualmente, un’altra. Dopotutto non si può perdere nulla se niente, in fondo, si è mai avuto. Galleggio e nuoto nella vertigine che mi accompagna nelle spirali vorticose del suo delirio. In un pianeta di carta sbiadita e curve senza rettilinei, dove si mescolano i colori, i rumori e gli odori, e tutto appare sfocato ed indistinto. Movimenti torbidi ed incerti, come in un assurdo incantesimo, rallentano i fotogrammi del tempo che mi passa accanto, quasi che volesse essere certo d’esser visto. Come se non volesse più sfuggirmi. Questo tempo che o non passa mai o non è mai abbastanza. Giorni dejavu che ripetono a memoria le battute del solito copione. Una mosca ronza sonnolenta intorno alla lampadina che pende dalle travi del soffitto. Senza fermarsi mai. Probabilmente consapevole del rischio mortale che si annida in un attimo di distrazione. Nell’immobilità. Ognuno fugge le sue insidie e le sa riconoscere a caro prezzo. In una vita bastarda che non concede sconti. Ma è tutto quello che ho. Stasera. Mi trascino verso il bagno. Dietro la porta una bionda formosa ammicca maliziosa mentre mi concentro per non sbagliare il buco della turca, e per mantenere l’equilibrio. La lampadina al neon balbetta rumorosa quasi a rendere disperato il mio intento. Mi sciacquo le mani di fronte ad un volto dal profilo incerto disegnato nello specchio. Quasi mi assomiglia. No, io sono più bello. Torno al mio posto, sentinella di questa notte appena nata, ultimo guardiano di questo luogo solitario. La birra è fresca. E’ ancora più piacevole ora che fa meno freddo. Il barista con il suo pizzetto e la sua maglietta gialla ha rovesciato alcune sedie sui tavoli liberi e, curvo su e stesso, pulisce il pavimento di un angolo di locale. I ciuffi scuri del mocio schiaffeggiano gli angoli e le gambe dei tavoli con un rumore secco. La mosca non ha smesso di girare. Vuoto il bicchiere e mi alzo per pagare. Per un paio di secondi i muri si muovono e il pavimento ondeggia sotto le mie gambe. Solo per un paio di secondi. Poi tutto si ferma per farmi strada verso l’uscita. Fuori non è più così freddo e, chissà se ci sono le stelle. 

   

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mercoledì, marzo 21, 2007

SULLA SOGLIA

 

Le fiamme, allegre e scoppiettanti, danzano nel buio della stufa. Ancora più sinuose e attraenti ora che queste folate di vento gelido spazzano terra e cielo. Le cime dei monti spruzzate di bianco brillano all’orizzonte, limpide e chiare, oltre il vetro della finestra. Benvenuta primavera. Getti lo sguardo oltre la soglia, quasi timida nell’entrata in scena, con l’orecchio teso nell’attesa di un cenno di accoglienza. Invece il termometro impazzito ti gioca questo scherzo, le sferzate di vento, la neve, ti convincono che forse ti stai sbagliando. Forse sei in anticipo. O in ritardo. Ti rincuora invece, ad uno sguardo più attento, il colore che scoppia al limitare degli alberi, il rigoglioso germogliare di foglie puerili, la luce intensa di un sole che può essere solo tuo. E rimani indecisa sul da farsi, sotto il battente dell’equinozio, combattuta tra restare o rimandare. Nessuna rondine a tracciare elissi nel cielo terso ma, in ogni angolo verde, ginestre, fiori di pesco e rose lasciano i loro grumi di colore con pennellate decise. Donne chine sui prati, a braccia scoperte, nel tiepido pomeriggio ma cappotti, maglioni pesanti e piumini non hanno ancora invaso le lavanderie. Il fumo fugge via dai tetti attraverso i camini ma le stanze respirano dai balconi spalancati e sorridenti. Un gatto al limite del fosso annusa curioso una primula gialla ma, all’ombra della quercia, brilla il residuo della brina mattutina. Tutto dice e si contraddice. Tutto è così deliziosamente imprevedibile. Più di ogni altra volta, più di sempre. Nessuna certezza. Solo il brivido delizioso della sorpresa che scorre sottopelle, l’oscillare costante e perpetuo del dubbio, il tarlo nascosto nel più profondo fondo dell’attesa. Giorno dopo giorno. Ora dopo ora. Con il sorriso meraviglioso dello stupore ad illuminarci questa faccia, troppo spesso segnata dalle rughe profonde dello scontato. Del risaputo. Del previsto. Giochiamoci questo esistere in un faccia a faccia con quello che c’è, in una sfida che si rinnova, in un cercare senza trovare. Perché il senso di tutto, probabilmente, sta proprio nel cercare. Nell’avere qualcosa da fare. Così raccolgo le gocce di luce del tuo sguardo nuovo, il suono della tua voce sconosciuta, bevo le tue parole e il tuo odore. Aspetto quel tempo avaro che ci concede uno spazio ad occhi chiusi. Lontano da tutto. Aspetto. Cerco. Come questa stagione curiosa e stupita, alla soglia di un nuovo equinozio, aspetta e cerca, l’elissi nel cielo di una rondine smarrita.

 

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domenica, marzo 04, 2007

CORVO

 

Sa così di strano il calore che pervade l’aria. Come se fosse fuori luogo, distrattamente dimenticato in un giorno che sarebbe spettato di diritto all’inverno. Timidi germogli scoppiano al limitare dei rami, accogliendo il tepore inatteso fino alla radice. Colori pastello appena accennati che si fanno largo tra ricordi di nebbia e grigia umidità. Un corvo si guarda intorno stupito mentre cerca del cibo tra le crepe dell’asfalto: una briciola, una mosca intontita o qualche altro resto dell’umanità. Così becca il mio desiderio nelle sensazioni che vibrano in questi giorni. Spilucca frammenti di emozioni che sgorgano dal cuore. Da parole ed accenni che piovono nella terra fertile ed assetata dell’illusione. Dove crescono rapidamente castelli di fantasie che poggiano sull’impressione, sbattono le onde impetuose di momenti che stanno per arrivare, scorre fluido tutto quello che sembrava impossibile. E, improvvisamente, tutto appare diverso. Mi accorgo di quanto sia speciale la luce del sole. Del verde che danza nei prati sospinto da un accenno di primavera. Di biciclette allegre che si rincorrono nella polvere di una strada sterrata. Dei riflessi bagnati proiettati dallo specchio del lago. Delle finestre aperte con le lenzuola colorate come lingue che bevono la vita dentro case troppo buie. Bambini mai stanchi di rincorrersi su e giù dallo stesso scivolo. Maniche di camicia che escono dopo tanto tempo. Mi sento più leggero. Come se una lama di luce avesse reciso la corda della mia invisibile zavorra. E vorrei correre da te. Trovare i tuoi occhi sospesi ad attendermi. Accesi solo e soltanto per me. Correre a perdifiato fino a te. Rincorrerti. Raggiungerti in una radura lontana dal tempo. Prenderti con un bacio che si fa strada tra respiri affannati. Respiri ansiosi. Incrociare le tue mani per un istante infinito, solo un attimo prima di lasciarle andare su di me. E le mie su di te. Svelare i segreti della tua pelle sussurrandoti ogni cosa che non ti ho ancora potuto dire. Ascoltare il tuo respiro, il tuo profumo, le tue necessità. Aggrapparmi al tuo corpo, alle tue spalle, per non lasciarti più andare via. Almeno finché ne avremo voglia. Finché il tempo resterà fermo a guardarci. Un secondo dopo l’ultimo minuto concesso. Fino a quando non saremo pieni di noi fino a scoppiare. Ecco come becca il mio desiderio. Come un corvo che si guarda intorno stupito mentre cerca una briciola tra le crepe dell’asfalto. 

  

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giovedì, febbraio 15, 2007

VIA DAL MONDO

Il silenzio è più silenzio di quello che si potrebbe immaginare. La volta nera del cielo avvolge come un drappo l’arco di spazio tra un punto cardinale ed il suo opposto. Le stelle sembrano più vicine da quassù, sarà che lo sono realmente, o sarà l’aria indenne dal pulviscolo inquinante che soffoca le città giù in pianura che lascia filtrare il loro timido bagliore. Il cerchio perfetto della luna e del suo alone di luce disegna i profili delle vette che mi circondano, riflettendosi sornione sulla coltre di neve ghiacciata che luccica nella notte. Solo i passi regolari a tempo con il mio respiro risuonano nel sonno di queste vette. Lo sguardo non si stanca di indagare nella tenue luce, scorgendo rami di pino piegati dalla neve, rocce in precario equilibrio, una finestra illuminata dal fuoco di un rifugio in lontananza, guglie lucenti che sovrastano il sentiero come sentinelle attente, ultimo baluardo a protezione di quell’immensità. Ogni cosa quassù mi lascia stupito. Mi calma. Con quel senso di pace che mi invade attraverso ogni canale percorribile, in quello che vedo, quello che sento, nel profumo dell’aria che sa di resina e neve, nella pelle sferzata dal gelo. Non sento la stanchezza, non ho fame né sete, non andrei mai a dormire. E’ scomparso quel peso fastidioso nell’anima, quella nebbia della mente, quel torpore insistente che chiamano stress. Mi sembra di avere fatto un balzo in un altro mondo. Di respirare per la prima volta. Di svegliarmi adesso. Da un brutto sogno. Da un incubo terribile di guerra e morte. Di persone che uccidono altre persone, vicini di casa, fratelli, sorelle, genitori e figli. Di violenza e distruzione. Di politici falsi e corrotti che decidono il destino di tutti. Di bambini abbandonati, stuprati, venduti, uccisi. Di droga, alcolismo e sangue tra lamiere contorte. Di soldi da racimolare ad ogni costo. Di malattie curabili che diventano incurabili per interesse. Di gente ai margini, sotto i ponti, lungo un marciapiede. Di armi che non si cessa di costruire perché si continuano ad usare. Di donne picchiate, umiliate e abbandonate. Di anoressia. Di chiese vuote, stadi vuoti e cimiteri pieni. Di scritte, slogan, striscioni dal sapore violento dell’ignoranza. Di idee per cui vale la pena morire e morti per un idea che non vale la pena. Suicidi, risse, agguati, rapimenti, torture, ricatti, ferite che sanguinano più dentro che fuori. Che non rimarginano…Respiro. Il verso di un cuculo nascosto tra i rami mi riporta quassù. In questo mondo diverso. Fuori dall’incubo. So che non è vero. So che non era soltanto un sogno, ma tra queste vette, sotto queste stelle, in questo silenzio bagnato dalla luna è immensamente bello illudersi che lo fosse. Che possa esserlo. 

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giovedì, gennaio 25, 2007

POLVERE

 

Come tu sei ora, io fui un tempo

Come io sono adesso, tu sarai un giorno.

 

La scritta incisa con i caratteri che solcano il marmo bianco, mi ammonisce, e mi gela, perfettamente in sintonia con le sferzate di gelo provenienti da nord, che spazzano le foglie morte ai bordi della strada e si insinuano al di sotto del cappotto. Nulla. Non sono nient’altro che nulla. Penso al mondo, alla longevità della storia appresa dai libri, all’incomprensibile ed immenso concetto di eternità. La brevità del tempo concessomi appare talmente esigua da rasentare l’immediatezza di un istante. Sono meno di una goccia nel mare, molto meno. Meno di un sassolino ai piedi della montagna. Meno di un granello di sabbia nel deserto. Sicuramente meno di quello che sarebbe lecito aspettarsi. O sperare. Mi gioco tutto in uno spazio di tempo che non c’è. Che non si vede. Che non è neanche un punto nella linea della vita. Come un coriandolo gettato tra le fiamme, come il tempo che un salto mi concede per illudermi di volare. L’attesa del buio dopo che si è spenta la luce. E vedo chi rimane chiuso in casa, chi sprofonda nella depressione, chi lavora dodici ore, chi è vergine. Seduti ad un banchetto senza toccare le posate. Lasciando scorrere le pietanze senza assaggiarle, vedendole raffreddare, fino a che il cameriere non passa per portarle via. Cazzo. Almeno proviamoci. Non dico che sia facile, ma almeno proviamoci. A spendere questo istante d’esistenza prima di essere polvere. A saltare nel cerchio. A tuffarsi dentro ad occhi chiusi. Può essere che ci si scotti, che l’acqua sia troppo fredda, che ci si faccia male. Ma rimanendo nell’ombra, oltre la linea, nel bordo non ci sarà mai modo di saperlo. E saremo concime col dubbio. Che, dicono, non faccia neanche tanto bene alla terra. Non faccia neanche sbocciare un fiore.

 

Fumo di fumi, vento che ha fame, tutto non è che fumo

c’è un guadagno per l’uomo in tutto lo sforzo suo che fa

penando sotto il sole?

Vengono al nascere i nati, e vanno via, e da sempre la terra è là

e il sole che si leva, è sole tramontato

il vento gira e gira, altro no fa che giri.

E’ versarsi nel mare tutti i fiumi, e mai riempirsi il mare

c’è sforzo in ogni parola, l’uomo pena nel dire

il vedere mai sazia l’occhio, mai l’udire è troppo all’orecchio.

Ogni sarà già fu, il si farà fu fatto

non si dà sotto il sole la novità, nessuno rinomina i primi.

Non c’è più il nome di chi sarà

niente ricorda chi fu, niente ricorda chi verrà poi…

 

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giovedì, gennaio 04, 2007

SIPARIO

 

Una manciata di giorni nuovi da bruciare. Da ingoiare. Come una fila di bottiglie sullo scaffale freddo ed impolverato della cantina. Sperando di farcela. Di avere la fortuna di fare in tempo. Prima che il morso della fine mi addenti le carni bevendone il sangue. Giorni ancora chiusi nella loro verginità. Protetti dal guscio opaco dell’imprevedibilità. Nascosti sotto il velo beffardo del destino, celano le ore che debbono ancora passare, i minuti non ancora trascorsi, quello che ci resta in cui sperare. E’ tutto lì, davanti a me, eppure così lontano agli occhi ansiosi del bambino che non ha smesso di corrermi dentro. Ogni anno una nuova scorta, sempre la stessa, che giunge puntuale a bussarmi alla porta. Ogni volta gli stessi maledetti pensieri. E la stessa ovattata tristezza che investe il capodanno, come una nebbia che nasconde il cielo e bagna il cuore di umidità stantia. Silenzio immobile dentro e fuori, gocce di rugiada gelata che scheletrizzano ogni respiro, un buio che inghiotte strade e campi e, nell’aria, quel consueto odore di chiuso. Solo il sole nuovo mi lascerà inghiottire quel nodo alla gola, svelando, passo dopo passo, tutto quello che ancora non so. Sorrisi e lacrime, paura e allegria, dolore e brividi, nuvole e sereno. E ancora carezze e pugni, incubi e sogni, freddo e caldo. Automobili coi vetri appannati che dondolano sul ciglio della strada, onde che mangiano la sabbia spinte dalla tempesta, sentieri di montagna che innalzano lo spirito. Ragni scuri che tessono ragnatele di pensieri, un cane che guaisce dall’alta parte della rete, la luce sotto il portico di un bar ancora aperto. Pelle al buio da guardare con le mani, una nuova canzone a bagnare le ore, una tazza di caffè nero fumante sul piano della cucina. Altra legna da mettere sul fuoco, il tradimento amaro di un amico, nuove facce da scartare. Il germoglio di un’illusione da coltivare, ferite da ricucire, pozzanghere sull’asfalto. Sonno da sopravvivere, veglie da vivere. Un pallone in fondo alla rete, la neve cullata dal gelo dell'inverno, una crepa sul muro, sangue che non coagula, la pizza nel forno. Ore che non passano mai e altre che si rincorrono troppo in fretta, vestiti sul pavimento, il tramonto dopo il temporale. Emozioni attese con trepidazione rinviate a data da destinarsi, coltellate al cuore inaspettate, sempre a cercare quello che non c’è e a buttare dalla finestra ciò che non si vuole. Ogni volta lo stesso giro di giostra che, dentro di noi, non vorremmo mai che fosse l’ultimo. I riflettori, le mostrine e lo sfondo oltre il sipario. Un’altra rappresentazione da protagonista con la sala quasi vuota. Nessun applauso, nessun fischio dalla platea. Nessuno a chiederci il bis. Solo lo specchio impietoso di fronte a noi a mostrarci le comiche capriole e le mimiche tragiche di un saltimbanco che recita la sua vita.

 

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giovedì, dicembre 21, 2006

QUALE NATALE ?

 

Non c’è Natale per occhi smarriti che si guardano intorno, alla ricerca di quello che vorrebbero vedere. Ci sono solo luminarie sfacciate che riverberano nel grigiore dell’asfalto, vetrine agghindate e stracolme che accendono desideri al fine di dare aria a portafogli chiusi nelle tasche e nelle borse, carte lucide colorate, fiocchi e sorrisi forzati. Non c’è Natale nelle parole che non riesco a sentire, nelle frasi vuote che si ripetono in bocche diverse, nel caos che spinge via quel po’ di silenzio che, magari, servirebbe. Non c’è Natale nella coda che serpeggia davanti le casse del supermercato, nei parcheggi sempre occupati, nelle tavole troppo piccole per tutto quello che c’è da mangiare. Non c’è Natale. E’ sempre più lontano, un’ombra indistinta sulla linea dell’orizzonte, alla deriva in un mare di eccessi, spinto da impetuose onde di felicità a tutti i costi. Il Natale del presepe è affondato sotto i colpi del consumismo. Non ci sono più pastori sognanti che guidano il gregge nel silenzio di un cielo stellato, zampognari che intonano tradizioni della terra, massaie col grembiule in processione verso il miracolo. Non ci sono più potenti sovrani che si inchinano rispettosi, portando semplici, ma preziosi doni. Non ci sono più angeli a spiegare le ali e mostrarci la strada, un bue ed un asino a scaldare l’aria, legno, corteccia, muschio e bianche mulattiere. Non abbiamo più la stella cometa da seguire per trovare la direzione. Non abbiamo più nulla. Non c’è più Natale. O quasi. Ne resta qualche frammento incastonato negli occhi di un bimbo, in un sorriso che sboccia in un letto di ospedale, intorno ad un fuoco improvvisato sotto un ponte. Tra le rughe della mano tremante di un anziano, nella lacrima che scorre nella guancia di chi ama, nell’abbraccio di una madre. Ne resta un po’ nella neve che cade dal cielo, nel rintocco delle campane la notte della vigilia, nella fiamma di una candela, in un bicchiere di vino. Ma troppo spesso non ce ne accorgiamo. E, lentamente, morirà anche quel poco, dimenticato da cuori sempre più distratti da desideri in vetrina. E nessuno saprà più cos’era, veramente, questo Natale. Lo sentiranno raccontare da qualche vecchio, lo leggeranno in qualche libro, e non resterà altro da fare che immaginarlo e sperare che possa tornare.   

 

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venerdì, dicembre 01, 2006

MALATTIA

 

Il paesaggio scivola via indistinto, col suo dolciastro sapore di consueto. Quel gusto che non attira l’attenzione, che non sa di sorpresa, di cose già viste e riviste. Di briciole di vita che scorrono come acqua salata nel mare della memoria. Foglie vestite di giallo restano sospese negli ultimi istanti della loro vita, aggrappate ai rami ormai secchi e dimentichi del verde germoglio, pochi istanti prima di morire, galleggiando nell’aria il loro viaggio verso la terra adorna di brina. Un timido freddo si insinua nelle ore ai limiti del giorno, per annunciare un inverno in ritardo nel calendario delle previsioni. Il cielo grigio e tronfio pesa su giorni già pesanti, getta ombre indistinte per occhi che sono già laghi. Tumore. Una parola così normale tra le labbra del medico in camice bianco, eppure un macigno nel cuore di chi è costretto a sentirsela pronunciare. Un muro nero e spesso che non lascia vedere il domani al di là dei mattoni, che adombra il prato della normalità impedendo d’intravedere boccoli di illusioni e speranze che sbocciano. Un mare denso e nero dove non resta altro che lasciarsi affondare, nessuna riva su cui approdare, nessun tronco a cui aggrapparsi, nessun spiraglio di luce a perforare la notte che vince… Bisogna operare. E’ necessario, prima di tutto, asportare. Poi, se sarà necessario, eventualmente faremo un po’ di chemioterapia. O radioterapia. Bisogna che facciamo alcuni accertamenti, prelievo di sangue, elettrocardiogramma, TAC, ma non si preoccupi, nella sfortuna della malattia, la sua ha un’altissima percentuale di guarigione completa…La voce piatta del dottore non cessa di risuonarmi nella testa, il lettino dell’ambulatorio, la vetrinetta dei medicinali, la sedia, il fermacarte a forma di tartaruga, la luce opaca della lampada al neon, il blocco delle ricette, la porta. Poi la strada, quella solita, maledetta, strada. Il rumore del motore che accompagna un mondo intorno che crolla su se stesso, case che oscillano e crollano, alberi smossi da un vento che non c’è che scompaiono al passaggio, campi secchi che ondeggiano come un mare giallastro, senza onde. La gola arida che non lascia deglutire, le mani umide, e l’incessante galoppo di un cuore ferito che sanguina al centro del petto. Le voci attutite dalla voglia di silenzio, colori che sbiadiscono, una musica di cui non conosci il perché. Eppure, dal baratro fetido della disperazione, scosso da tremiti di paura, immerso in acque gelide di maledizione, so che alla fine ci sarà qualcosa. So che la giustizia saprà girarsi dalla parte giusta. So che ci sarà una fessura abbastanza grande per un raggio di sole. So che il demone giacerà sconfitto su braci ardenti che ne cancelleranno ogni traccia. So che una di quelle foglie gialle rimarrà appesa al suo ramo. So che ce la farai. Ce la faremo. O, semplicemente, vogliamo saperlo.

postato da brainstorm | 21:51 | commenti (25)

giovedì, novembre 02, 2006

TRE

Tre sottili lingue di fuoco ondeggiano, annusando l’aria. Tre candele in un girotondo di festa, ritte e conficcate nell’impasto ancora caldo della torta. Giocano a riflettersi sul vetro della bottiglia e a creare invenzioni d’ombra sulla parete. Quelle stesse pareti che rimbalzano le note disperate e la voce graffiante di Eddie Vedder che intona I am mine riempiendo tutto questo maledetto silenzio. Oltre quelle pareti la nebbia si insinua in ogni angolo, sale dall’erba umida, si arrampica sulle piante, si distende, oziosa e silenziosa sui tetti e sulle strade. L’umidità si insinua fino alle ossa e brandelli di carne vengono strappati a morsi dal primo freddo, e dall’aria ferma appesa nella notte. Tre anni di parole, di giorni che si specchiano in una pozzanghera di fango dopo la pioggia, di quest’anima rovesciata sul pavimento che vuole mostrare le sue pieghe nascoste, le sue cuciture, la sua polvere. Attratto dall’inebriante sensazione di raccontarmi a chi ha un attimo per starmi ad ascoltare. A chi trova qualcosa tra la polvere, in quel pavimento. A chi lascia scorrere un dito su quelle cicatrici. Ho consumato un giorno alla volta senza pretese, ho incontrato altre voci disperate che rimbombano in questo labirinto, ho trovato parole speciali, di quelle che ne vorresti ancora, che non sono mai abbastanza. Ho visto altre anime stese al vento che sventolano la loro sincerità. Ho sentito carezze leggere sfiorarmi la pelle in un brivido. Ho annusato l’incertezza, la paura, la semplicità, il desiderio, l’ombra dell’invisibile. Centinaia di occhi che non sono altro che un dirupo che le parole cercavano per buttarsi, prima che sia troppo tardi, consumandomi i resti alla luce della notte. Bocche spalancate nello spasimo di una fame che, uno ad uno, si divora ogni mio istante. Siamo così spaventosamente piccoli rispetto al cielo, così tremendamente fragili di fronte alla roccia, così poveri davanti al mare. Siamo granelli di polvere in un angolo di terra, siamo nulla. Non ho mai avuto la pretesa che possa esser bello questo parto del cuore, non aspetto pareri o giudizi, non pretendo amici o stelle cadenti, solo un foglio stropicciato su cui scarabocchiarmi e un angolo di spiaggia dove abbandonarlo in balia del vento. Che sia solo lui a decidere dove andare, dove rotolare il suo senso, da quali sguardi farsi raccogliere. Un soffio. Un soffio deciso e le candele muoiono in un filo di fumo che corre verso il soffitto. Il bicchiere si solleva insieme, ed alza il fondo al cielo, in un brindisi che sa di augurio. Che ha già il sapore di domani. Perché, in fondo, non conta poi tanto quello che si trova alla fine della corsa, ma quello che si è provato correndo.

postato da brainstorm | 11:34 | commenti (22)

mercoledì, ottobre 11, 2006

UN FIORE NEL FANGO

Nella scia della notte si rincorrono i fari delle auto. Regalano all’asfalto polvere di andate e ritorni e al bordo del marciapiede i resti del giorno, inghiottiti dalle fauci spalancate dei tombini. Il cono di luce del lampione svela facciate e balconi a questa oscurità distratta. Penetrata e uccisa dal neon blu lampeggiante della lavanderia a secco dall’altra parte della strada. Niente di insolito, niente di strano, solo la solita vita che passa come sabbia nella mano. Scivola via come foglie secche spazzate dal vento che c’erano un attimo prima, ed ora non ci sono più. Come questa estate che sfuma nella fresca brezza della sera. Nei morsi di un autunno stanco di stare ad aspettare. I listelli di legno del tavolino all’aperto sorreggono, apparentemente senza fatica, la birra rossa che schiuma sull’orlo del bicchiere. Suadente gocciola sul bordo liscio di vetro, lentamente, fino a spegnersi nel sottobicchiere di cartone colorato. La barista slovena non cessa di sfilare tra i tavoli regalando sorrisi e sguardi che seccano la gola. Intorno a me altre esistenze si mostrano nei loro banchi da mercato. C’è il cinquantenne solo, con una birra che non finisce mai, la gazzetta dello sport e lo sguardo indagatore. Una coppia di sposati, seduti allo stesso tavolo per necessità, che non si sono ancora detti una parola. Quattro minorenni rumorose col succo di frutta in una mano ed il cellulare nell’altra, che ridono e chiacchierano a sms. Un vecchio ubriaco che parla ad alta voce ad un invisibile interlocutore, gli occhi due sottili fessure colpite da un abbaglio immaginario ed i pantaloni bagnati dalla mimica tremante. Imbevuto di sentenze fin troppo facili da scagliargli contro. Un uomo imbronciato infila banconote nella slot machine automatica senza sosta, con le pupille colpite da luci multicolori, ed impreca contro la sfortuna. Due piccioncini, tesi l’uno verso l’altra, a tubare parole d’amore indifferenti a tutto quello che li circonda. E la colonna sonora di questo frammento di esistenze è scandita dal revival-mix che tambureggia l’aria dalle casse all’interno del locale. La birra è fresca e scende piacevole nello stomaco, scalda le membra ed accompagna i pensieri attraverso inattesi sentieri. Tutto scivola lentamente sul piano inclinato della prevedibilità. Niente che mi sorprenda, niente che mi stupisca. Immagini, suoni, gusti e profumi mi accarezzano i sensi indifferenti, già assuefatti e stanchi di vedere, di ascoltare, di assaporare e annusare questa banale quotidianità. Come un film già visto, una canzone da cantare a memoria, il murale dall’altra parte della strada. Come andare a dormire la notte in quel solito letto e risvegliarsi nello stesso. Come lavarsi nel solito bagno. Come mangiare una bistecca o chiudere la porta a chiave. Guidare la stessa auto e rivedere la stessa faccia allo specchio. Se solo le casse sputassero musica jazz a volume medio, se quel cinquantenne sorridesse felice, se l’ubriaco ordinasse una limonata con ghiaccio, se le quattro teenagers spegnessero tutti i cellulari. O se gli sposi si baciassero appassionatamente sulla bocca, se il tizio della macchinetta sbancasse il jackpot, se i due fidanzatini imprecassero ad alta voce l’un l’altro. O, molto semplicemente, se la barista croata mi facesse l’occhiolino e mi aspettasse al bagno. Solo il tempo di finire la birra…basterebbe così poco per rendere questo frammento un diamante che brilla nella memoria, un raggio che trafigge il grigiore, un fiore che sboccia nel fango.